19 feb 2014

Brano del giorno: "Father & Son"

... di Cat Stevens




Yusuf Cat Stevens performed this song last night... 

... in "Festival di Sanremo", an Italian song contest, where he was the star guest. 
Cat is still a wonderful singer, his voice still gives us all shivers. After two other songs in which he was accompanied by the orchestra, he remained alone on the prestigious Sanremo stage and begun to stroke the strings of his acoustic guitar. People reckoned the song immediately, and since the verse "It's not time to make a change" it was an unique emotion for the audience, an emotion which culminated in a standing ovation after that he sung the last words of the lyrics, "I know that I have to go away... I know I have to go". 
Thank you Cat Stevens for having come to Italy. 

"Father & Son" di Cat Stevens viene malintesa da molti italiani: non rispecchia lo scontro tra due generazioni, non parla del "gap" che soprattutto noi europei occidentali così bene conosciamo. Al contrario: è un affresco altamente poetico e pieno di amore, di filia. Nella canzone, il padre dice al figlio di rimanere; è il figlio a volersene andare! Il ragazzo è, insomma, un "bimbominkia" al contrario, è uno che protesta contro l'ambiente circostante stanco di sentire e vedere sempre le stesse cose assurde, e il suo genitore è l'antitesi dello sciocco patriarcalismo ancora oggi in voga nella nostra "dorata" civiltà. 
La critica che il giovane rivolge alla società contiene anche un tacito rimprovero al padre, il quale ha accettato questa situazione, accomodandosi per così dire. Ma l'amore tra i due, nondimeno, è evidente.


Sono due concezioni diverse della vita: il padre che si piega (infine) alle convenzioni sociali, il figlio che per protesta (e, certo, anche per sottrarsi all'influenza della famiglia) vuole svignarsela. È prevalente tuttavia il tentativo del padre di trattenere il rampollo, in perfetta contrapposizione con ciò che avveniva e purtroppo ancora avviene nelle case degli italiani e degli europei in generale. Da notare che Cat crebbe in Shaftesbury Avenue, SoHo, Londra, sopra il ristorante di suo padre (un greco cipriota che aveva sposato una svedese). Possiamo benissimo immaginare l'atmosfera patriarcale, e certamente autoritaria, in cui egli maturò, prima di decidere di "do it into his own", per parafrasare una poesia di Robert Frost.


Ieri sera a Sanremo, a parte Cat Stevens, il deserto.
Cristiano De André, come tanti figli di vecchie star, non è un fenomeno. Lo ricordo quando militava nei Tempi Duri (band che accompagnava suo padre negli stadi e nelle arene d'Italia): in un gruppo forse potrebbe ancora funzionare, ma come cantante-cantautore siamo a mille miglia di distanza dal mitico Faber. Almeno a quanto ho potuto giudicare dalla sua doppia esibizione sanremese.
Sono d'accordo con chi dice che la Litizzetto spara sempre le solite battute, ma se non altro la piccolina piemontese ravviva l'atmosfera...
Riguardo a Fabio Fazio, ebbene: è penoso nelle vesti di showman, e credo che anche le sue doti di "direttore artistico" siano scarse: uno che è così scialbo, mollo e "democristiano", che gusti musicali può avere?
Appunto.
La Letitia Casta è una donna bella e sensuale, ma lo spettacolino (teoricamente valido: era il confronto tra la Francia degli esistenzialisti e delle "foglie morte" e l'Italia della gioia rabbiosa, colorata e volgaruccia tipo "dove vai se la banana non ce l'hai") è stato rovinato da un Fazio che non si merita neppure un quarto dei soldi che prende, e che è appena buono a citare il titolo delle canzoni in gara.
Arisa e Gualazzi forse i migliori tra i "big", entrambi però perché grandi interpreti, non per la validità delle loro canzoni (poco più che discrete, niente di particolare, e con testi assolutamente inattuali, testi che mancano di un minimo di coraggio).
Io conosco tanti semisconosciuti che scrivono e cantano canzoni migliori, mooolto migliori, di quelle sentite nella prima serata del Festival.


Fazio patetico anche a introdurre la guest star della serata, Cat Stevens appunto. Un personaggio di questo rango meritava una presentazione vivace e scoppiettante. Ma non è solo l'aria da morto del "direttore artistico" del festival a irritare. A lingua inglese come siamo messi?
Già.
Per annunciare "Peace Train" di Cat Stevens, ha farfugliato qualcosa di poco incomprensibile. Personalmente, ho capito di che canzone si trattava solo dopo che è partita.
Fazio è uno di quei tipici italiani che credono di conoscere le lingue ma non curano neppure la pronuncia più elementare. Avete sentito come ha storpiato il nome della band che accompagnava Gualazzi, ovvero The Bloody Beetroots? Roba da mettersi le mani nei capelli.
Riformiamo la scuola iniziando proprio dagli insegnanti di lingue, scegliendo solo quelli veramente validi e non i soliti asini raccomandati! L'inglese in Italia finora lo hanno imparato solo coloro che lo hanno studiato da autodidatti! Tutti i giornalisti dei TG fanno pena quando devono dire in inglese, tedesco o francese cose anche facilissime...


Ma torniamo a Yusuf Cat Stevens.
Vi propongo qui "Ruby Love", una canzone direttamente derivata dal folklore della patria paterna del cantautore. Nel ristorante di proprietà del padre, in Shaftesbury Avenue, veniva spesso suonata musica popolare greca... 



Nell'ultimo video, infine, Cat in una sua versione di "Don't Let Me be Misunderstood", un brano scritto da Bennie Benjamin, Gloria Caldwell e Sol Marcus per la cantante e pianista Nina Simone e fatto conoscere al grande pubblico da Eric Burdon & The Animals.
Anche qui, la voce di Yusuf Cat Stevens è dolcissima, bellissima, virile e poetica a un tempo. Io la paragono a quella di Richie Havens...



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