Gabri Flies To Italy è il prodotto di un valente chitarrista ("Maestro della 12 corde") che si applica con acribia alla tecnica ma sa altresì donarci la levità e l'eleganza di creazioni apparentemente semplici.
Dedicato al fratello Gabriele, Gabri Flies To Italy consiste di sette tracce comprendenti una suite di 18 minuti - la traccia iniziale: "Gabri Flies To Italy" -, alcune composizioni davvero ricercate del tipo di "Nimaster Ego" (incantevole) e brani alquanto originali come "Suonami una nota".
Estro, bravura tecnica, begli arrangiamenti: i lavori solisti di Riccardo Zappa possono essere apprezzati soprattutto da chi suona la chitarra e si ritrova dunque in confidenza con termini come "armonici", "accordature", "fingerpicking"... Zappa è un chitarrista eccelso, sia con la 6 che con la 12 corde ("uno dei più bravi in assoluto" dicono i critici) e parecchio melodico. Ovviamente riesce a raggiungere anche quei non-esperti che siano almeno in grado di apprezzare lo sforzo creativo, i riverberi e i cambi di atmosfera, l'impasto sonoro, nonché il suono delle corde che friggono sulla tastiera.
È uno di quei musicisti poco commerciali che si scoprono per caso e dei quali si compra subito il disco, fulminati sulla via di Damasco, come si suol dire. Conviene approcciare l'arte di Riccardo Zappa andando indietro nel tempo, per meglio inquadrare questo Gabri Flies To Italy nell'insieme della pluridecennale attività dell'artista.
Story of a Maestro
Nel 1974 Zappa pubblica un LP - per l'etichetta PDU - insieme al chitarrista Klaus Aulehla: un album di ballate nella maggior parte acustiche. E poi arriva la sua prima opera personale, Celestion, del 1977, in cui, per registrare il suono della chitarra classica, venne utilizzato per la prima volta un pickup applicato allo strumento anziché la tradizionale rilevazione microfonica.
Ancora oggi Celestion è uno dei dischi strumentali più venduti in Italia e, se guardiamo la line up, non ce ne meravigliamo: oltre a Riccardo alle chitarre acustiche appare Vince Tempera alle tastiere e ci sono inoltre il bassista di New Orleans Julius Farmer (che fu attivo per oltre un decennio in Italia, portandoci una ventata di freschezza e sapienza funky), Ottavio Corbellini alla batteria e il nigeriano George Aghedo alle percussioni.
La EKO 'Riccardo Zappa Signature'
Gli album solisti di Riccardo Zappa più citati sono i primi tre: dopo Celestion e dopo Chatka del 1978 (per la label indipendente Divergo), arrivò, nel 1980, Trasparenze (per la prestigiosa RCA). Un disco registrato nei mitici studi del Castello di Carimate e per il quale i collaboratori di Zappa furono Walter Calloni alla batteria, Vince Tempera al pianoforte, Bob Clark al basso, Pietro Pellegrini (ex Alphataurus) al sintetizzatore, Maurizio Preti alle percussioni!
Ma questo virtuoso della chitarra, che ama sperimentare sonorità diverse suonando composizioni con richiami tardo-barocchi e canzoni che sono un viaggio libero nella bellezza della combinazione di accordi, insieme a pezzi anche minimalisti, ha una discografia assai estesa. Basti dire che Gabri Flies To Italy è il suo 24° album. E ci tocca aggiungere a ciò una lunga e straordinaria lista di collaborazioni: Fiorella Mannoia, Antonello Venditti, Eugenio Finardi, Giorgio Gaber, Mia Martini, Mina, Gino Paoli... Tra l'altro R. Zappa ha suonato oltre 100 volte live con Eros Ramazotti; esiste, by the way, un suo album dal titolo Riccardo Zappa Plays Eros Ramazzotti, del 2007. Egli è noto poi come produttore, dirigente, curatore di collane musicali e autore di colonne sonore.
Piacevoli fraseggi, echi sovrapposti, arpeggi e ritorni evoluti
Sul solco di una libertà acquisita definitivamente, con Gabri Flies To Italy, prodotto dallo stesso chitarrista e realizzato da Vannuccio Zanella per la M.P. & Records (distribuzione: G.T. Music Distribution di Antonino Destra), Riccardo Zappa si riconferma demiurgo di un linguaggio musicale autonomo in cui vanno a intrecciarsi le influenze di sempre. Il chitarrista propone un tappeto sonoro prossimo alla musica classica; in "Harmonios" c'è un quartetto di mandolini (in realtà si tratta di due mandolini, una mandola tenore e un mandoloncello, suonati da componenti dell'Orchestra a Plettro Gino Neri di Ferrara), in "Gabri Flies To Italy" e "Nimaster Ego" è stato inserito un coro. Tutto scorre tra suggestioni romantiche con qualche (mai invasivo) rafforzamento tecnologico. Curiosa la particolarità di "Suonami una nota", la traccia n. 5, a sottolineare la natura di innovatore e sperimentatore di Riccardo Zappa: le note che compongono questo brano, eseguito con chitarre, archi e strumenti etnici, sono state inviate, "in maniera del tutto casuale, in seguito a un post pubblico su Facebook", da vari chitarristi. In pratica, Zappa ha proposto a ciascuno dei chitarristi di partecipare con un'unica nota prodotta dal loro rispettivo strumento; dopodiché queste note sono state impiegate, a decine, in "Suonami una nota", appunto.
L'immagine "in copertina" dell'Inferno di Pieter Huys (seguace di Hieronymus Bosch) introduce Dante: disco uscito non in formato fisico ma solo in quello digitale per la MP & Records. Qui Alesini è con un nuovo collaboratore: Fabrizio Cicero (ai drums).
I brani rispecchiano i “quadri” danteschi più noti. L'album è un estratto dalla registrazione live (su due tracce) di cinque concerti settimanali, dal titolo “Viaggi Immaginari tra Inferno e Paradiso”, tenutisi nel luglio 2009 in Piazza dei Ravennati a Roma.
Un viaggio molto lungo quello di Nicola Alesini nel mondo della musica. E a un certo punto ecco l'incontro con l'autore della Divina Commedia, opera somma che, risaputamente, tratta proprio di un viaggio: un viaggio a tappe nei Tre Regni Ultraterreni. La musica spesso è come una nebbia blu, è evanescenza. Ma i brani - in questo come negli altri album del sassofonista romano -, avendo un titolo ben preciso, ci fanno collegare le note a un luogo o personaggio definito e, pur navigando nel sogno, l'ascoltatore si rende conto di avere a che fare con un messaggio netto e diretto.
Qualitativamente, non c'è il minimo dubbio: il sax di Nicola Alesini è una garanzia; e alla qualità si abbina la forza narrativa. Ogni suo album ha un tema, un argomento, un concept centrale. Questo lavoro su Dante assomiglia, nelle risonanze, a Cities (uno degli output più noti di Alesini, registrato insieme a Saro Cosentino). Lì si trattava di passare di città in città; qui il viaggio ci porta da girone a girone. Ciò che maggiormente deve aver affascinato il musicista è il significato di certi canti danteschi, nonché il loro riscontro con la realtà odierna. Nella Commedia, abbiamo inoltre il topos della selva. E l'incanto dell'amore puro...
Breve bio
Nicola Alesini è nato a Sanremo nel 1947. È ancora un bambino quando la sua famiglia si trasferisce a Roma. E, nella caput mundi, Nicola prenderà la laurea in Fisica.
Ancora adolescente, si appassiona per la musica: a tredici anni acquista un Melodica Honer e inizia lo studio del pianoforte. Sempre in età adolescenziale, si mette ad ascoltare dischi dei Soft Machine, Ornette Coleman, Gunter Shuller, Modern Jazz Quartet, i Nucleus di Ian Carr, Traffic, Weather Report. Proprio in questi ultimi, scopre l’amore verso il sassofono grazie a Wayne Shorter.
Le sue prime apparizioni pubbliche sono nel 1979 con il contrabbassista Gianluca Taddei. Parte poi una lunghissima discografia dove ogni contaminazione globale si fonde al jazz e alla musica elettronica: tale connubio (jazz + elettronica) diventa la cifra stilistica di Alesini ed è alla base della sua concezione di far musica.
Il musicista si muove sia nelle tradizioni, usufruendo delle atmosfere del Mediterranean Sound, sia nelle sperimentazioni, con riferimenti alla scuola jazzistica nord europea. Esordisce discograficamente nel 1988 con Mediterranea, insieme al pianista Andrea Alberti e al già citato Taddei. Suggestioni oniriche, introspezione, recupero della cantabilità e delle armonie del passato, oltre alla ricerca tecnica, sono gli ingredienti fondamentali delle sue composizioni, in una discografia già vasta e che si estende fino a oggi.
Nicola Alesini è stato anche sassofonista e storico collaboratore di fiducia di Claudio Lolli, nell'ultimo decennio di vita del cantautore bolognese. La cooperazione tra lui e Lolli ebbe inizio con l'album La scoperta dell'America, 2006, dove Alesini è presente nell'ultima traccia; dopodiché Lolli lo chiama a divenire suo arrangiatore e musicista anche per il futuro.
In quello che risulterà essere il disco finale del rimpianto poeta-cantante, ossia Il Grande Freddo (2017), nella title track e poi nella riproposizione a chiusura del disco (la traccia n. 9: "Raggio di Sole [Il Grande Freddo Reprise]"), Nicola Alesini lascia la sua doppia firma, suonando magistralmente il tema e chiudendo l'album con una malinconica coda. Saranno anche le ultime note registrate da Claudio Lolli...
"Poesia senza parole": come tutti i brani del sassofonista. E come in Dante.
Ci sentiamo obbligati ad associare questo suo album sul celebre Vate a un altro suo prodotto, un prodotto recente: l'EP Un amore partigiano. E ciò perché siamo vicini al 25 aprile, in cui si celebra la liberazione dal nazifascismo, e non ancora lontani dallo scorso 25 marzo, che è appunto Dantedì.
Dante, già. In Dante stesso, il senso di giustizia e l'impegno civile sono ideali continuamente presenti, condizionandone le scelte di vita. L'Alighieri combatté persino in battaglie violente e sanguinose, rinunciando - sia pur involontariamente - alla libertà, dovendo subire la condanna dell'esilio...
Per Alesini la dedizione al bene comune è decisivo, come del resto testimoniato dalla sua partecipazione e presenza in manifestazioni e concerti di lotta; eppure, la sua musica risulta essere magia sonora, i suoi motivi, le arie, gli intercalari, non sono raffiche di mitra! L'impegno di Nicola Alesini si traduce nel sortilegio dei suoni.
Nicola Alesini usa i sassofoni attraverso gli effetti elettronici e, come detto, cerca di portare questi suoni anche alle ricorrenze e agli happenings di rilevanza sociale. (Per e con Articolo 21 per il giornalismo, Ossigenoper l'informazione, o l'ANPI.) Alesini è figlio di un partigiano (i suoi genitori si conobbero in Liguria durante la Resistenza: c'erano i rastrellamenti nazisti e sua madre, con l'aiuto delle suore, nascose il combattente Alesini nel "Castillo" di Sanremo). Proprio in ricordo dei suoi, nel 2022 il sassofonista ha pubblicato il suddetto Un amore partigiano: curiosamente, è lo stesso titolo del libro di memorie di Iole Mancini ("staffetta" delle Brigate Garibaldi), uscito nel medesimo anno; ma in realtà questo EPdel musicista romano è nato come commento sonoro per il libro (e audiolibro) La ragazza nella foto - un amore partigiano,di Donatella Alfonso e Nerella Sommariva. Poi il lavoro di Alesini ha assunto una dimensione autonoma, divenendo un disco tutto suo sul tema della Resistenza. In Un amore partigiano, il sassofonista evoca, in maniera a tratti onirica, le gesta del padre in lotta contro fascisti e tedeschi. La fluida narrazione (che ricorda il flusso di coscienza nelle opere letterarie) riepiloga i racconti del genitore.
Nell'album Dante, la coscienza civile è ancora più arricchita di suggestioni e visioni. Anzi tale coscienza - com'è di fatto nella Divina Commedia - serve a traslare le visioni profetiche fino ai nostri giorni.
Letteratura, teatro, danza: Nicola Alesini spesso integra la sua musica con altre forme d'arte. Parola, gestualità e immagine si incontrano e si fondono nelle sue creazioni pentagrammate. Che, non per caso, sarebbero e sono ideali soundtrack cinematografici.
Dante, album in digitale, MP & Records. Su tutti gli stores digitali. Maggiori infos: qui
Alesini ha lavorato con musicisti del calibro di Glen Velez, Hans Joachim Roedelius, David Sylvian, Roger Eno, David Thorn, Harold Budd, Steve Jansen, Richard Barbieri. Sylvian ha inserito due brani di Alesini nel suo doppio album antologico Anything and Nothing.
Recenti collaborazioni
Tim Bowness - Butterfly Mind (Inside Out Music, Sony Music2022)
Nicola Alesini e Saro Cosentino - The Road To Now (Cat Sounds,2022)
Nicola Alesini e Theo Allegretti - In Search Of Light(Dodicilune Dischi, 2022)
E poi c'è F.D.A., del 2006, dedicato a Fabrizio De André ed edito da il manifesto.
Accolto con entusiasmo dalla critica, F.D.A. è un incontro con le musiche del grande artista genovese... senza voler per forza essere un disco di rielaborazioni di canzoni di De André. F.D.A. è un lavoro personalissimo di Nicola Alesini, in cui emerge il suo tipico stile a base di melodie e fraseggi che trasudano vita, passioni, sentimenti. In F.D.A., Alesini ha preso, di Faber, la nostalgia, l’ironia, l’amore e l’impegno, inserendovi elementi della propria visionarietà compositiva. 12 pezzi, di cui 8 appartenenti al repertorio più conosciuto del primo De André: "Bocca di Rosa", "Amore che vieni amore che vai", "Il Testamento di Tito"... 4 sono i brani originali. Uno di questi, "Per F. & L.", ispirato all’incontro tra Fabrizio De André e Luigi Tenco, riesce particolarmente romantico e struggente, grazie anche alla straordinaria complicità dei Radiodervish, che con Alesini firmano il pezzo.
Dante, album in digitale, MP & Records. Su tutti gli stores digitali. Maggiori infos: qui
La faccia di Steven Wilson, che campeggia da quasi trent'anni ormai su tutti i magazinesdedicati al rock progressivo, è diventata un'icona del genere. E su Prog gli articoli su di lui si succedono a cadenza regolare. Non passa praticamente numero di Prog - così come di altre riviste - senza che ci sia, su questo artista, almeno un trafiletto...
Nel periodo di Hand. Cannot. Erase., dell'EP 4 ½ e dell'album successivo To the Bone (2017) abbiamo l’ultima incarnazione di Wilson, ormai una figura a parte nel genere della musica popolare-ma-non-banale e del rock più ispirato e, sì, colto.
(L'ultimo album solista a oggi, The Future Bites, è uscito nel 2021 ed è tutt'altro discorso, secondo noi.)
In Hand. Cannot. Erase. siamo su livelli molto più piacevoli e meno introversi del lavoro precedente.
Con una chitarra elettrica che a tratti ricorda i gloriosi The Who e tastiere più aperte al mondo e dunque solari, ci viene offerta una vasta gamma di suoni. C'è qualche reminiscenza addirittura genesisiana. E, comunque, le composizioni hanno una vicinanza più sana alla forma "canzone".
- Dave Stewart / choir (5) & strings (9) arrangements
- Schola Cantorum of The Cardinal Vaughan Memorial School / chorus vocals (5,10,11)
- London Session Orchestra / strings (9,10)
Tracks
1. First Regret (2:01)
2. 3 Years Older (10:18)
3. Hand Cannot Erase (4:13)
4. Perfect Life (4:43)
5. Routine (8:58)
6. Home Invasion (6:24)
7. Regret #9 (5:00)
8. Transience (2:43)
9. Ancestral (13:30)
10. Happy Returns (6:00)
11. Ascendant Here on... (1:54)
Total Time 65:44
Album migliore del precedente, questo Hand. Cannot. Erase e sono d'accordo che trattasi di uno dei dischi meglio riusciti degli ultimi decenni, non solo in ambito neo-prog. In my humble opinion!
Per la pubblicazione dell'album, Steven Wilson venne intervistato da Jerry Ewing in persona, che è stato il fondatore della prestigiosa rivista Prog. L'intervista non aggiunge e non toglie nulla all'immagine di S. Wilson, da molti considerato arrogante e che dà forse fastidio per la sua onnipresenza, ma che intanto, grazie al fatto di essere tanto diligente, è uno dei pochi attori del prog che riescono a campare grazie alla vendita dei dischi. E a campare bene, come si sottolinea nell'articolo.
È un concept ispirato al caso di Joyce Vincent, una donna ben inserita nella società londinese la quale tuttavia, dopo essere spirata nel proprio appartamento, sembrò essere stata dimenticata da tutti e cancellata dalla memoria del mondo... finché tre anni dopo non se ne trovò lo scheletro. Qui c'è meno Theo Travis che nel precedente platter, quindi è un album meno jazzato e con momenti rock più "vivaci"... nonostante lo spunto funereo.
4 1/2 (EP, 2016)
Hand. Cannot. Erase. dell'anno prima fu l'album di maggior successo nella carriera di Steven Wilson - fino a quel momento. Grande risultò essere anche il riscontro di pubblico nel tour successivo. Proprio durante quei concerti, Wilson & Co. presentarono alcuni brani inediti (insieme ad altri del repertorio dei Porcupine Tree), brani che furono aggiunti nella cartella dei suoi progetti e pubblicati poi nel'EP 4 1/2 insieme a tracce che erano state escluse dagli ultimi suoi due album.
4 1/2 uscì mentre Wilson lavorava già al suo quinto album (To the Bone).
È un EP di 37 minuti. 4 dei titoli sono nati durante le sessioni per Hand. Cannot. Erase. e uno risale a The Raven That Refused to Sing. L'ultima traccia, "Don’t Hate Me", è una canzone originariamente registrata dai Porcupine Tree e riproposta in una versione rimaneggiata nel tour europeo. Per l'EP ci sono diverse aggiunte fatte successivamente nello studio di registrazione.
Il cantato di "Don't Hate Me" vede affiancati Steven e Ninet Tayeb. È un duetto, dunque.
Tre tracce di 4 1/2 sono strumentali: "Year of the Plague", "Sunday Rain Sets In" e "Vermillioncore".
Key Tracks: 1. "My Book of Regrets", 3. "Happiness III"
Track listing
1. My Book of Regrets (9.23)
2. Year of the Plague (4.15)
3. Happiness III (4.31)
4. Sunday Rain Sets In (3.50)
5. Vermillioncore (5.09)
6. Don’t Hate Me (9.34)
To the Bone(2017)
"I'm tired of Facebook
Tired of my failing health
I'm tired of everyone
And that includes myself"
A maggio 2017, il singolo "Pariah" preannunciava l'uscita del quinto disco solista di Steven Wilson - senza contare, ovviamente, l'intermedio EP 4 ½ - e, anche dopo aver ascoltato più volte tutte le tracce di To the Bone, è questo il passaggio - dal brano "Pariah", appunto - che rimane più impresso nella mente. Questo e, anche, la canzone "Refuge", incredibilmente "catchy" e incredibilmente potente.
To the Bone segna il culmine della carriera del quasi 50enne musicista; è un compedio della sua inventiva, con novità sparse qua e là. La novità più grossa è ovviamente lo stile. Wilson stavolta voleva fare un album più pop-rock, sull'esempio di Peter Gabriel ('So'), dei Talk Talk...! Qualcosa che si avvicinasse e lo avvicinasse al mainstream. (Ricordo che diede decine, forse centinaia di interviste in cui cercava di spiegare il perché della svolta.) In To the Bone, il songwriting cerca di essere diretto, senza troppi orpelli, prova a dipanarsi lungo una narrazione rock che non sia necessariamente progressive... Forse vuole un po' rifarsi anche à la Kate Bush dei grandi successi, ai dischi di artpop. Ne esce fuori un prodotto eccellente, non importa quale etichetta vogliamo affibbiargli: la cura dei dettagli e la tecnica - anche nelle e delle cosiddette "canzoni pop" (ma... "Permanating" è una canzone pop? Leggera?... Ma sì, dài!) - rivelano la mano del maestro. L'eclettismo inoltre è presente, non ci sono mai due brani che si assomigliano. E i testi sono molto seri e ben strutturati, evocano immagini spesso dark, come negli anni precedenti. È tutto troppo ben fatto e troppo ponderato perché Wilson possa ingannarci. Ah, a proposito dei testi, lui stesso dichiara:
>> Lyrically, the album’s 11 tracks veer from the paranoid chaos of the current era in which truth can apparently be a flexible notion, observations of the everyday lives of refugees, terrorists and religious fundamentalists, and a welcome shot of some of the most joyous wide-eyed escapism I’ve created in my career so far. Something for all the family! <<
Ricordiamoci di una cosa: mentre noi ripassiamo questo segmento della sua carriera solista, Wilson è impegnato su vari fronti contemporaneamente. Oltre ai Porcupine Tree, milita nei No-Man, nei Blackfield, nei Bass Communion, negli Storm Corrosion; si è occupato del remix di album targati King Crimson, si destreggia con le sonorità di epoche diverse e le ricopre di una patina moderna... In questo album dall’artwork minimale e forse per questo tanto efficace, vuole "rilassarsi" un po'... Beh, togliamoci il cappello.
Attenti, puristi! Adesso arriva la doccia fredda.
The Future Bites (2021)
Differente, molto differente, di sicuro non prog-rock... Siamo lontani, musicalmente, dai Porcupine Tree e dai primi album solisti di Steven Wilson. E tuttavia: da ascoltare, per meglio conoscere.
Mojo ha assegnato all'album 4 stelle su 5 descrivendolo come "un grande disco di pop maggiorato", aggiugendo che "il lavoro solista [di Wilson] ha portato l'artista ad abbracciare la dance, l'elettronica e il pop e ciò ha causato il miglioramento". Uncut, Classic Rock, il tedesco Rocks Magazine...: tutte le testate specializzate hanno lodato l'imprevedibilità di Wilson, i suoi "agganci vocali in falsetto", il suo "metapop anticonformista".
Le tracce sono state tutte composte da Steven Wilson e sul package i titoli sono stilizzati in maiuscolo. Anche il titolo dell'album lo è:
'The Future Bites' ---> THE FUTURE BITES™.
È il suo sesto lavoro personale in studio (full-lenght). Coprodotto da Wilson e David Kosten e registrato a Londra.
The Future Bites tratta due temi ricorrenti della produzione di Wilson: l'identità dell'essere umano e la tecnologia. A proposito di quest'ultima, un comunicato stampa in concomitanza con l'uscita del disco ci dice che la tecnologia "è un muro di separazione della nostra utopia del 21° secolo, consentendo anche momenti di crescita personale e ottimismo". Di The Future Bites è stato inoltre detto che è "meno la visione cupa di una distopia prossima ventura quanto più una curiosa lettura del qui e ora".
"Personal Shopper" il primo singolo, "ci immerge completamente nella danza e nella neo-disco, mantenendo in qualche modo un taglio rock".
"In qualche modo": già!
Track listing
1."Unself"1:05
2."Self"2:55
3."King Ghost"4:06
4."12 Things I Forgot"4:42
5."Eminent Sleaze"3:52
6."Man of the People"4:41
7."Personal Shopper"9:49
8."Follower"4:39
9."Count of Unease"6:08
Lunghezza totale:41:59
Line-up e collaboratori
- Steven Wilson: voce, chitarre, tastiere, campionatore, basso, percussioni, programmazione
- David Kosten: programmazione, sintetizzatori, drone in "Count of Unease"
- Michael Spearman: batteria, percussioni
- Nick Beggs: basso in "Personal Shopper", Chapman Stick in "Eminent Sleaze"
- Adam Holzman: tastiere in "Eminent Sleaze" e "Follower"
- Richard Barbieri: sintetizzatori in "Self"
- Jason Cooper: piatti e percussioni in "King Ghost"
- Blaine Harrison, Jack Flanagan: cori in "12 Things I Forgot"
- Elton John: parola pronunciata in "Personal Shopper"
Non ci sono stati solo i Porcupine Tree. Nel corso della sua lunga carriera (le prime esperienze in studio di registrazione risalgono agli Anni Ottanta), Steven Wilson ha avuto all'attivo numerosi side-project, tra i quali i Blackfield (con il cantautore israeliano Aviv Geffen), gli Storm Corrosion (con Mikael Åkerfeldt degli Opeth), Bass Communion, gli I.E.M. (Incredible Expanding Mindfuck) e i No-Man (con il cantante Tim Bowness).
Solitamente Steven Wilson suona tutti gli strumenti e cura tutti gli aspetti tecnici inerenti al suono, alla programmazione e alla produzione. Fondamentale è la sua collaborazione con Lasse Hoile, grafico, regista e fotografo danese, da anni abilissimo nel tradurre in forma visiva le sue idee.
In veste di produttore, nel nuovo millennio il musicista inglese ha anche curato le versioni remix di numerosi album legati al rock progressivo, come In the Court of the Crimson King dei King Crimson, Emerson, Lake & Palmer, Aqualung dei Jethro Tull e Fragile e Close to the Edge degli Yes. E in studio è stato in grado di plasmare il sound di influenti band moderne, come gli Opeth.
Album da solista
2008Insurgentes
2011Grace for Drowning
2013The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)
2015Hand. Cannot. Erase.
2017To the Bone
2021The Future Bites
Porcupine Tree
Il suo primo lavoro personale è Insurgentes, registrato tra gennaio e agosto 2008. (Belle a questo proposito sia l'edizione giapponese dell'album sia la "limited deluxe edition", che includono 4 tracce più una "hidden track".)
Collaborano qui il batterista Gavin Harrison (già con lui nei Porcupine Tree), Tony Levin al basso (Peter Gabriel, King Crimson) e Jordan Rudess (Dream Theater) alle tastiere. Fior fiore di nomi, dunque.
Steven Wilson menziona tra le proprie influenze musicali il post-punk e lo shoegaze e in particolare gruppi quali Joy Division, Killing Joke, The Flaming Lips, My Bloody Valentine e The Cure. Insurgentes è un disco difatti oscuro e a tratti misantropico, che cerca nell'infelicità, nella depressione, nella sofferenza l'acqua a cui abbeverarsi. Le radici prog-classiche vengono abbandonate forse definitivamente a favore del noise. Un omaggio al maestro Robert Fripp è "No Twilight Within the Court of the Sun", brano inserito a metà scaletta, molto crimsoniano già nel titolo. Con le sue fughe strumentali, è forse il migliore titolo dell’album, insieme all'eclettica e composita "Salvaging" (terza traccia).
Alcuni altri brani sono vicini al metal tagliente dei Porcupine Tree dell'ultimo periodo.
Tre anni dopo esce Grace for Drowing, dove Steven Wilson di nuovo, oltre a cantare, suona vari e numerosi strumenti (keyboards, guitars, autoharp, bass, piano, gong, glockenspiel, harmonium, percussion, programming) e si rende responsabile della produzione e del mixing.
Al momento dell'uscita di questo secondo lavoro sotto il proprio nome, il cantautore e musicista britannico è già, da oltre un decennio, una figura-chiave del neo-prog. Grace for Drowing trova alquanta risonanza su siti e magazines vari ancor prima di uscire, grazie ad anticipazioni quali files da scaricare, videoclips e la riproduzione della copertina (che è opera di Lasse Hoile). Come nel 'debut album', anche questo lavoro è una mistura di noise music, drone, minimalismo e improvvisazioni: una musica dalle mille sfaccettature. Il disco non è però un sequel di Insurgentes, bensì una reinvenzione, da parte di Wilson, della propria attività da solista. È un doppio album con ciascuna "metà" composta da quaranta minuti di musica e vi partecipano abbastanza guests da equipaggiare un reggimento militare (Jordan Rudess, Nick Beggs, Theo Travis, Tony Levin, Trey Gunn, Pat Mastelotto, Steve Hackett e vari altri).
Drive Home (EP)
Contiene alcune tracce registrate in studio e un paio di video musicali. Le registrazioni in studio - a Los Angeles - sono state fatte dal 15 al 21 sett. 2012. Inoltre, il CD e il DVD/Blu-ray contengono diverse tracce live del concerto in Germania del 23 marzo 2013 - alla Hugenottenhalle di Neu-Isenburg.
Drive Home del 2013 meglio si può descrivere ripetendo le parole di Thom Jurek (AllMusic), il quale parla della title track come di "una stupenda fusione di atmosfere notturne pinkfloydiane e magnificenza melodica tipo Moody Blues, assoli di chitarra tentacolari e in più la cristallina produzione a firma Alan Parsons".
E le tracce dal vivo? Per Jurek, sono "versioni sopraffine" che i componenti della band "liberano dallo spazio ristretto dello studio di registrazione".
The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)
L'evoluzione stilistica di Wilson, in cui l’artista fagocita generi diversi che vanno dal jazz all’elettronica, è un percorso tracciato da Grace For Drowning e The Raven That Refused to Sing.
The Raven That Refused to Sing venne realizzato dopo la morte del padre (è un album dedicato al sopranaturalismo) e contiene di conseguenza toni più dark, più scuri del successivo Hand.Cannot.Erase (che pure, come vedremo, si basa essenzialmente - o anche - su una storia "orrifica").
Non è la colonna sonora di nessuna generazione; è il soundtrack dell'alienazione. Stralci di melodie, ma niente di "catchy" che ti rimanga nella testa (d'accordo: "Drive Home" è una bella ballata, non priva di lirismo quasi à la R.E.M.).
L'intro di basso e poi il giro di "Luminol" (prima traccia) sono considerati fra i migliori, se non i migliori della storia della musica degli ultimi 40 anni. Merito di ciò è in gran parte dello straordinario talento di Nick Beggs. Visto dal vivo, Beggs ha una tecnica impressionante. "Luminol" è oltretutto un brano scritto segnatamente per il basso, che qui, da strumento ritmico, diventa strumento melodico. Dopo John Entwistle di The Who, si può dire che Beggs sia il migliore bassista in circolazione.
L'impressione generale dell'album è quella di post-rock (piuttosto che di prog-rock) con inserti jazz. Tanta parte dello spartito è tenuta in scala maggiore con non poco rumore zappiano. Una drammaticità portata all'esasperazione, un lamento prolungato... come quello emesso dagli spiriti "soprannaturali" che il disco vuole rendere presenti.
Verso la metà ci sono i momenti migliori ("The Holy Drinker" e soprattutto "The Pin Drop" con le sue sfumature genesisiane) (e si può dire la stessa cosa di "The Watchmaker").
L'ultima track, quella eponima, è anche la più memorabile, con atmosfere intime che ricordano una cameretta recondita e l'anima di un ragazzo che si proietta nell'universo pur senza lasciarla... e che alla cameretta ritorna.
Queste almeno le impressioni che ci dà il brano n. 6, "The Raven That Refused To Sing". Una song carica di tensione, di pathos, ma almeno senz'altro bello dal punto di vista melodioso e dell'esecuzione. S.W. ce lo spiattella senza troppi virtuosismi stavolta, ma curandosi di creare l'ambiente, il "clima" dettato dalla situazione e dal tema. Il corvo della canzone ricorda un po' Edgar A. Poe; e la preghiera o meglio implorazione all'assente "Lilly" evoca il testo di "The Musical Box"; ma siamo evidentemente molto lontani da quella magia. Diciamo che l'artista Wilson si crea una dimensione propria di sentimenti ed empatia, il tutto però ricoperto da una patina di freddezza metallica, invaso da molto meno romanticismo di quanto potrebbe offrire l'argomento. Romanticismo che è però presente, di contro, in...