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23 mag 2021

In onore di Robert Arthur Moog (1934-2005)

Robert Moog, inventore dell'omonimo sintetizzatore.



Qui con Keith Emerson




 Il sito ufficiale della ditta Moog: 

https://www.moogmusic.com/




 

Il sintetizzatore, punta di diamante degli "elettrofoni", non giunse dal nulla: Robert Moog, da giovane, si era messo a costruire e vendere theremin, strumento ai suoi tempi rivoluzionario.


Lev Termen alias Léon Theremin, inventore nel 1919 del theremin


  

 Le origini del moderno sintetizzatore devono essere fatte risalire all'inizio del XX secolo, quando un certo Thaddeus Cahill fece domanda per il brevetto del dynamophone.

Trattavasi di macchinario a vapore davvero enorme: pesava più di 200 tonnellate (!).

Poiché non esistevano altoparlanti (adatti) o veri e propri sistemi di diffusione sonora, il suono del dynamophone avrebbe dovuto essere riprodotto tramite la rete telefonica pubblica. 

L'idea fallì. Forse perché era troppo in anticipo sui tempi...

Creato nel 1919, il theremin, che ha dimensioni ridotte, gode, ancora oggi, di uno status di culto. Anche perché il suo suono (inquietante!) è stato impiegato in dozzine e forse centinaia di colonne sonore di film horror e noir. 

Una leggera variazione dello strumento, chiamata electrotheremin - più facile da suonare -, venne utilizzata per creare quella sorta di ululato acuto che si sente nella hit "Good Vibrations" dei Beach Boys, del 1966.

Il termine "sintetizzatore" saltò fuori la prima volta nel 1956, per definire lo RCA Mark I sviluppato dagli americani Harry F. Olson e Herbert Belar. Il suono proveniva da 12 diapason che venivano stimolati elettromagneticamente.

Uno dei primi sintetizzatori che sarebbero stati riconosciuti come tali dai musicisti moderni è, giustappunto, il moog. 



L'interesse per la generazione e la modulazione del suono elettronico era antico quanto l'elettricità stessa, tuttavia la modulazione sonora mediante oscillatori, filtri e amplificatori non venne usata, in musica, prima degli Anni Cinquanta. Mentre già allora il compositore Karlheinz Stockhausen poteva sperimentare elettronicamente negli studi della WDR di Colonia (ben stipendiato), gli americani Robert A. Moog e Donald Buchla svilupparono i primi sintetizzatori modulari - indipendentemente l'uno dall'altro - all'inizio dei Sessanta, in America. Caratteristica di questi nuovi strumenti: essi erano, se non altro, ragionevolmente trasportabili! Tutti gli elementi e i singoli "banchi" e ciascuna stazione o ciascun modulo si trovavano in un alloggiamento comune e potevano essere combinati tra di essi con collegamenti a spinotto: eccolo, il sintetizzatore analogico!



Per arrivare fin qui però occorre riandare ancora una volta indietro, nel passato: si, al theremin, ma soprattutto al sequencer elettromeccanico dal nome "Wall of Sound" costruito da Raymond Scott, il quale probabilmente fu il primo vero compositore di musica elettronica (suono e ritmo entrambi artificiali) servendosi dello strumento da lui ideato. 

 Wall of Sound


Per Moog, i contatti con Raymond Scott, che era di ventisei anni più anziano, furono molto ma molto importanti per capire in che direzione doveva svilupparsi il proprio sintetizzatore.

E fondamentale, se non vitale, risultò l'incontro con Herbert Deutsch. Deutsch fu un partner inestimabile per Bob Moog per il miglioramento dello strumento e il suo uso effettivo. Egli fu peraltro il musicista che compose il primo brano musicale in assoluto per moog. Deutsch suggerì all'amico-collega ingegnere l'impiego dell'interfaccia della tastiera, insieme ad altre utilità. Rappresentò, per Moog, un solido collaboratore e il suo ruolo oggi è riconosciuto come quello di pioniere a pieno titolo.

Nel CD del 2012 From Moog to Mac, Herbert Deutsch ripercorre cinquant’anni di esperienza musicale elettronica.




Moog: “Il sintetizzatore moog avrebbe dovuto collegarsi al classico studio di registrazione di un Karlheinz Stockhausen, di un Pierre Boulez e un Pierre Schaeffer in Francia o di un Vladimir Ussachevsky negli Stati Uniti. Il tipico studio di registrazione era allora dotato di vari strumenti atti a generare il suono elettronico e a mutarlo. I suoni venivano registrati su nastro, potevano essere riprodotti al contrario e in più si poteva manipolare la velocità del nastro... I musicisti con cui ho lavorato vantavano tutti un'esperienza negli studi di registrazione. Volevo offrire loro maggiore opzioni per generare il suono e alterarlo... grazie a uno strumento rinchiuso in una sola, pratica scatola". (Questa scatola sarebbe stato il minimoog, come vedremo più sotto.)

Il suono del moog alla fine di "Lucky Man", ballata antibellica del formidabile trio Emerson, Lake & Palmer, attirò l'attenzione generale sullo strumento. Fino all'ultimo giorno di vita, Robert Moog rimase amico intimo del tastierista Keith Emerson.


Ma la grande svolta, quella vera, era arrivata nel 1968 con l'LP Switched on Bach di Wendy Carlos (allora Walter Carlos). L'adattamento per sistema modulare di opere di Johann Sebastian Bach stupì piacevolmente fan ed esperti; adesso, chiunque facesse musica voleva possedere o comunque testare un sintetizzatore moog! 

Walter / Wendy Carlos

 


In onore dell'imprenditore e ingegnere statunitense Robert Arthur Moog (New York, 23 maggio 1934 – Asheville, 21 agosto 2005) e del suo sintetizzatore analogico, che aprì nuove, vaste frontiere ai musicisti di tutto il mondo, ripassiamo ancora un po' di storia musicale moderna. 

Citando Bob Moog, gli si associa quasi sempre Keith Emerson. E va bene. Ma molti tacciono il fatto che Moog, ancor prima, aveva iniziato una collaborazione con il suddetto Carlos, anche lui americano, genio della musica elettronica che avrebbe composto, tra le altre cose, la colonna sonora di Arancia meccanica (film diretto da Stanley Kubrick e tratto dal romanzo di Anthony Burgess). 




La collaborazione tra Walter/Wendy Carlos e Bob Moog portò alla realizzazione del prototipo di un sintetizzatore ideato dallo stesso musicista, il quale aveva studiato Fisica all'università di Princeton nonché musica elettronica (di cui fu docente). Sul sintetizzatore di Carlos, nacquero appunto Arancia meccanica (contenente spezzoni della Nona Sinfonia di Beethoven) e non poche variazioni avanguardistiche di composizioni di Bach.









Sempre per commemorare Moog, del quale oggi, 23 maggio, si celebra la nascita (1934):

un ancor giovane Walter (successivamente Wendy) Carlos dimostra, in questo video del 1970 scovato negli archivi della BBC, il funzionamento di un moog. 
La composizione che si sente alla fine è il secondo movimento del 4. Concerto di Brandenburgo, nella versione che Carlos inserì nel proprio album Well-Tempered Synthesizer ("Il sintetizzatore ben temperato",  a ricalcare "Il clavicembalo ben temperato" di J.S. Bach). 





L'era dei giganti finì presto, e finì grazie alla "scatola" sognata da Robert Moog: il minimoog, primo sintetizzatore cablato e maneggevole che entrò in produzione in serie nel 1970 a un costo che era alla portata del grande pubblico. La discesa in campo del minimoog fu resa possibile dall'allora nuova tecnologia IC. (Insomma: i circuiti integrati.) Con il suo pannello frontale maneggevole, l'hardware ergonomico e i suoni carismatici, il minimoog ebbe grande influenza sulla musica a venire.




Procediamo nel cammino, ricordando che oggi ricorre il genetliaco dell'ingegnere e inventore newyorchese Robert Moog. Per questo...
... ecco un bel film-docu girato per il cinquantenario del lancio commerciale del "Moog Modular Synthesizer".



Un incredibile successo mondiale ebbe, ad inizio Anni Settanta, "Popcorn", brano eseguito al moog.




Fricke: pioniere del Krautrock? Forse qualcosa di più...

(Per omaggiare Robert Moog, 23-05-1934 / 21-08-2005)

 Popol Vuh


Amante della musica elettronica, il tedesco Florian Fricke (fondatore dei Popol Vuh) fu uno dei primi a voler sfruttare le potenzialità del moog, che allora pochissimi possedevano - non solo perché caro, ma anche perché assai ingombrante. 
In Germania c'erano già diversi folletti siderali, tutti figli putativi di Karlheinz Stockhausen: Ash Ra Temple, Klaus Schulze, Tangerine Dream, gli Amon Düül, e inoltre Jane, Neu!... Tuttavia, i Popol Vuh si differenziavano per la componente misticheggiante. Se il loro tipo di musica rientrava nel Krautrock, ciò accadeva solo per via della locazione geografica della band (erano tedeschi, infine!). In realtà, nel loro caso non si può parlare neppure di rock. Le sperimentazioni dei Vuh sembrano scaturire da una cattedrale sotterranea; come Haydn in una fantasia musical-onirica di formiche tibetane. 

Già al terzo album, Fricke aveva perduto l'interesse per il moog (che cedette a Klaus Schulze). In un saggio allegato a un CD antologico sulla "Kosmische Musik", egli ribadì il potere curativo e "divino" della musica e formulò così il suo credo: “Lasciaci creare suoni che ci facciano bene, una musica che ci conduca dall'esterno verso il nostro 'io'! Lasciaci stare insieme! Pace e gioia..." 
E giusto così risuonava la musica dei Popol Vuh, soprattutto da quel momento in poi: spirituale, armoniosa, sferica, con influssi mistici dall'Estremo Oriente e non solo.



   Capitolo Battiato.
Sappiamo che Franco Battiato, durante il servizio militare - allora obbligatorio -, dovette organizzare una o più fughe dall'ospedale militare (dove era stato ricoverato dopo aver simulato un paio di mancamenti) per potere proseguire le registrazioni del suo primo album, Fetus


Fetus raccoglieva le acque di diverse sorgenti. Anzitutto il disco è dedicato allo scrittore Aldous Huxley, autore di Brave New World (romanzo distopico scritto nel 1932 e ambientato nel 2540). Altre tematiche importanti del disco (nonché di quelli successivi di "Francuzzo") provenivano dallo Zeitgeist. Eventi come la missione Apollo della NASA, l'uscita nelle sale cinematografiche del capolavoro di Kubrick 2001 - Odissea nello spazio, la pubblicazione degli album di David Bowie Space Oddity e Ziggy Stardust, furono sicuramente di grande ispirazione per il giovane Battiato. E, naturalmente, super-fondamentale fu... il sintetizzatore.
Gli strumenti elettronici di quegli anni, e parliamo degli strumenti capaci di sintetizzare il suono, costavano un occhio della testa. A meno che uno non fosse sposato con una ricca ereditiera (Florian Fricke, il leader dei Popol Vuh, lo era) o non trovasse una milionaria pronta a finanziarlo per puro spirito mecenate (la fortuna capitò a Eberhard Schoener, altro rappresentante tedesco della musica elettronica, il quale collaborò tra gli altri con i Tangerine Dream), era praticamente impossibile permettersi quel gigantesco giocattolo generante suoni. Ma poi spuntò il VCS3...





Il produttore Pino Massara (fondatore della casa discografica Bla Bla, grazie alla quale Battiato poté dare alle stampe i suoi primi LP, tutti di carattere avanguardistico) si recò a Londra esplicitamente per comprare uno dei primi tre VCS3 mai costruiti. Si trattava di sintetizzatori analogici portatili e il prezzo di lancio, relativamente basso, contribuì in seguito alla loro diffusione. Un secondo VCS3 venne acquistato dai Pink Floyd, mentre l'ultimo della "terzina" d'esordio lo tenne per sé la ditta Moog, come prototipo su cui basare la produzione in serie.

***

Esempio di Krautrock.
Embryo era un collettivo di Monaco di Baviera diretto da Christian Burchard e in cui, fino ad oggi, hanno suonato oltre 400 musicisti. In Opal, del 1970, gli Embryo forniscono un esempio di che cosa sia il Krautrock. Tra momenti free-jazz, si trovano perle psichedeliche come "You Don‘t Know What‘s Happening" (vedi video). E il resto dell'album è un trip degno dei Pink Floyd... 




Su Fetus si sente benissimo: Franco Battiato era influenzato dalla "musica cosmica" tedesca, i cui rappresentanti (Tangerine Dream - Edgar Froese -, i già citati Fricke e Schoener, Ash Ra Temple - Klaus Schulze -, Amon Düül... Embryo...) erano a loro volta ispirati non solo dal mago della musica elettronica Stockhausen, ma anche dai minimalisti americani (Riley, Cage & Co.). E, come avrebbe poi fatto Battiato, amalgamavano il tutto con il rock.
Non fu un caso che il musicista siciliano, al festival del 2000 'Il violino e la selce' di San Benedetto del Tronto, invitò anche Florian Fricke e i suoi Popol Vuh! (Appena un anno dopo, purtroppo, Fricke venne a mancare precocemente.)



***



Ne In den Gärten Pharaos ("Nei giardini del Faraone"), Fricke usa ancora generosamente il moog, Già dall'album successivo, Hosianna Mantra, però, le composizioni sono dominate dal pianoforte e da strumenti acustici. Svolta dovuta al fatto che la musica elettronica non poteva esprimere, a detta del gruppo, il potenziale e la purezza spirituale racchiusa nei loro nuovi progetti...


  

Curiosità in chiusura: tutti noi diciamo "muug", ma il nome "Moog" si pronuncia, in maniera eccezionale rispetto ai canoni della lingua inglese, "mogue", poiché è di origini tedesche! Continuiamo pure a chiamare il celebre strumento come abbiamo sempre fatto, ma è bene non ignorare che il cognome dell'inventore del sintetizzatore moog si articola alla maniera di come noi chiamiamo la rivista Vogue: "mogue", già. Lo stesso Robert Moog trovò accettabile, per sé, questa diversificazione dall'inglese scolastico...

 





21 dic 2020

Frank Zappa. Nell'80simo anniversario della nascita

 Zappa appartiene al Parnaso. Al Pantheon dei migliori musicisti di sempre.



Come chitarrista sicuramente tra i più bravi in assoluto, vanta una discografia sconfinata (60 e più album) che comprende i più disparati generi musicali (dal rock al vaudeville, dal jazz alla fusion). E non scordiamoci che le basi di Frank erano "classiche", con conoscenza anche della musica lirica e una predilizione per la dodecafonia...

Figlio di un italiano, Frank Zappa si dimostrò fin da tenera età ribelle e provocatore, sviluppando un disgusto verso la gastronomia italiana (come se volesse in quel modo antagonizzare o ripudiare suo padre) e più tardi verso il cattolicesimo, come denotano i testi delle sue canzoni.




La sua verve ironica e dissacrante non era - né ancora è - roba per tutti. Purtuttavia, fin dagli esordi fu un "faro" per tanti musicisti. Basti pensare che Freak Out! (tra i primissimi doppi album della storia) fu di fondamentale influenza nel concepimento e nella stesura di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, dei Beatles.



Nato nel 1940 a Baltimora, nel Maryland, nelle sue vene scorreva sangue non solo italiano ma anche francese, arabo e greco.

La sua famiglia si trasferì in California e lui a dodici anni iniziò a interessarsi alle percussioni. Nel 1956 suonava già la batteria in un gruppo chiamato Ramblers. Ma, per via dei suoi ampi interessi, gli stavano stretti il rock’n’roll e il rhythm&blues (anche se furono Howlin’ Wolf, Muddy Waters, Johnny “Guitar” Watson e Clarence “Gatemouth” Brown ad accendergli la passione per la chitarra elettrica). 




Dopo un oscuro apprendistato come autore di canzoni e arrangiatore e qualche 45 giri a proprio nome che ebbe scarsa risonanza, nel 1964 fondò le Mothers Of Invention. Come rivela il nome della band, l'idea di fondo era quella di "aguzzare l'ingegno", di proporre qualcosa di nuovo. Ray Collins, Jim Black, Roy Estrada ed Elliot Ingber erano gli altri membri. Il loro primo disco (il già citato Freak Out!, del '66) sconvolse molti ascoltatori per l'avventato mix di doo wop e sperimentazione, rock psichedelico e teatro di varietà.





Anche i successivi dischi per la Verve sono sulla medesima falsariga: Absolutelly Free (contenente la celebre “The duke of prunes”), We're Only In It For The Money (che prende in giro la controcultura e il Sgt. Pepper beatlesiano) e Lumpy Gravy (con la partecipazione di una grande orchestra). Frank Zappa intanto è un nome noto e, pronunciandolo, si pensa subito a un talento incontenibile, enciclopedico, iconoclasta. Nonché scomodo: è uso criticare i moralisti, i fanatici religiosi e l'“American Way of Life”.





Fondò una propria etichetta insieme al manager Herb Cohen e le diede il nome "Bizarre". La libertà acquisita non poteva che essere benefica: arrivarono i capolavori di jazz-rock e fusion Uncle Meat e Hot Rats. Quest'ultimo, primo disco senza le Mothers Of Invention e dove spicca il violino di Jean-Luc Ponty, conta cinque "instrumental" e vi si segnala l'apparizione di un altro singolare ed eccentrico personaggio della musica americana: Captain Beefheart.




Di lì in poi, non ci furono più freni per la creatività di Zappa. A volte Frank si lasciò pure sviare, intraprendendo la via delle canzoni easy... 
Ringo Starr fece una comparsa nel film 200 Motels (interpretando lo stesso Zappa)... La colonna sonora del film (pubblicata su doppio album) include, insieme al solito miscuglio di generi, alcune composizioni orchestrali di Frank Zappa - ispirate da Stravinskij, Edgard Varèse e Anton Webern.






 
Dopo avere collaborato con John Lennon e Yoko Ono (nel concerto del giugno 1972 al Fillmore East documentato nell’album Sometime in New York City), Zappa tornò al jazz-rock con Waja/Jawaka e The Grand Wazoo (con il tastierista George Duke e il batterista Aynsley Dunbar a rinforzare la line-up). Poi, siglato un accordo con la Warner Bros, incassò con Apostrophe (), nel 1974, l’unico disco d’oro della sua carriera. Il single trainante della raccolta entrò nella Top Ten: “Don’t eat the yellow snow”. 
Vi furono beghe legali con la Warner, ma ciò non riuscì a frenare la forza e l'energia dell'estroso musicista, che continuò a fare la spola tra ironia irriverente, critica sociale (neppure tanto velata) e musica orchestrale di sponda dodecafonica. Collaborò con il direttore d'orchestra Kent Nagano e poi con Pierre Boulez, chiamato a dirigere "The Perfect Stranger" e altri due brani dell'album omonimo. Questo The Perfect Stranger è un'altra curiosità musicale, dove Zappa non suona la chitarra ma siede al synclavier - sintetizzatore digitale collegato a un campionatore musicale -, strumento che suonerà anche in seguito. 






Ultimo evento orgasmatico nel 1993 con The Yellow Shark, disco dal vivo inciso in Germania con l’aiuto di una formazione tedesca di musica classica e di avanguardia contemporanea, l’Ensemble Modern. L'Ensemble Modern aveva già suonato in maniera straordinaria diversi brani di Zappa e fu ciò a convincere l'artista americano ad accettare il progetto.
In quel torno di tempo Zappa soffriva già di un tumore alla prostata che lo costringeva a sedute di chemioterapia, tanto che, durante le plauditissime presentazioni dal vivo di Yellow Shark in terra germanica - tutte seguite da standing ovations -, poté dirigere l'orchestra soltanto poche volte. Morì il 4 dicembre 1993, mentre ancora lavorava: era impegnato nel recupero dei nastri delle sessions di Lumpy Gravy. Tale lavoro, uscito postumo, avrebbe portato il nome Civilization Phaze III


5 ago 2019

New Trolls - I tre concerti grossi

Dopo 20 minuti non riuscirete più a parlare. Dopo 30 avrete già messo le ali.




Quanta bellezza! Quanta grandezza creativa!

Un "grazie" di cuore ai New Trolls e, ovviamente, a Luis Bacalov (RIP).



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1 mag 2019

La PFM e la musica classica

La PFM si cimenta nell'ouverture-fantasia del Romeo e Giulietta di Čajkovskij e poi "interviene" sul Flauto Magico.









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Musicisti with the balls, dal background classico: la Premiata Forneria Marconi






23 feb 2019

Un segreto ben custodito: Time Of Commotion

Bisogna immaginarsi che cos'era la Germania negli Anni 70. Un terreno proficuo per tanti nuovi artisti e gruppi, e il termine (in parte dagli stessi artisti tedeschi odiato) che tutto il mondo imparava a memorizzare era: Krautrock.


Insieme a Eloy, Hölderlin, Karthago, Guru Guru, Grobschnitt e come altro si chiamavano le band dell'epoca (alcune, incredibilmente, attive fino a oggi… o di nuovo insieme dopo tanti decenni, giusto per deliziare i fan del rock progressivo Made in Germany), c'erano anche i Time Of Commotion. Che già promettevano di diventare "il" gruppo per eccellenza della scena Kraut... Senonché, già nel 1976 si sciolsero. Senza aver mai inciso un disco. Peccato, perché il loro rock, che si avvolgeva come una serpe gentile intorno a temi classici, era davvero originale, pur se già c'erano state diverse band a cimentarsi nell'impresa di coniugare Bach, Vivaldi, Beethoven eccetera agli strumenti elettronici (The Nice, Ekseption, Procol Harum e tante altre). I giornalisti che seguivano il mondo prog nella patria di Goethe erano benevoli con i Time Of Commotion. Anzi: alcuni di loro giuravano che i quattro di Lüdinghausen (nella Renania Settentrionale-Vestfalia) sarebbero stati presto osannati dovunque. Purtroppo, come detto, nel 1976 la band cessò (almeno apparentemente) di esistere.




Poi, 42 anni dopo, esce Live From The 70s - Es Ist Nie Zu Spät, sia come LP che come CD Digipak. Si tratta delle registrazioni di allora, ri-edite; e, ascoltandole, capiamo benissimo l'entusiasmo dei critici musicali del tempo. Uno dei quali scriveva con toni ingenui, in un suo articolo:


Il futuro della musica rock appartiene alle tastiere! Ce lo dimostra questo giovane gruppo tedesco… In America e in Inghilterra, del resto, già lo sanno: il sintetizzatore, il piano elettrico e l'organo prenderanno pian piano il posto della chitarra...Il Melody Maker, al pari del Billboard e di tutte le altre riviste più lette, ha annunciato: Keyboards are the future of rock!



I giovani in questione erano i due tastieristi/organisti Hans Biermann e Jürgen Wimpelberg (mellotron, organo, piano elettrico e diversi marchingegni elettronici). Herbert Janke al basso. Andreas Alba, batterista.

Ed è proprio Andreas Alba che qualche settimana fa, intervistato dalla rivista specializzata Eclipsed, ha affermato: "I Time Of Commotion morti e sepolti? Ma quando! Ogni tanto ci siamo esibiti dal vivo, in tutti questi anni e, ora che è uscito Live From The 70s, penso che mi siederò di nuovo alla batteria…"


Andreas Alba (a sinistra) e Herbert Janke (a destra) oggi, mentre rivangano tra i ricordi di concerti suonati davanti a migliaia di persone


Se vi piace la musica rock che gioca con temi classici o simil-classici, comprate l'album: rimarrete stupiti della bravura del quartetto tedesco-occidentale.

Fondata nel 1968, la band, dopo anni di sperimentazione con vari chitarristi, decise di affidarsi principalmente alle tastiere. Artisticamente fu un successo, ma non si fece mai avanti una casa discografica disposta a investire su di loro…

Fino a ieri!


16 lug 2017

PFM in Classic (2 CD)

Sono cresciuto con la PFM. Che dire? Il loro catalogo, per quanto questi straordinari musicisti siano da inquadrare nel progressive rock, è assolutamente ampio ed eclettico. Come ha scritto qualcuno: "Ecco che il sublime si trasforma in musica!" I componenti della PFM hanno una tecnica straordinaria e... esperienza da vendere. Ma, anche a voler dimenticare l'ingegneria sonora, la fatica che ci vuole per acquisire tanta abilità tecnica, e volendo dimenticare le sigle e le facili classificazioni, rimane una cosa sicura e straordinaria: la poesia della mediterraneità. È ciò infatti che la PFM, insieme a qualche altro gruppo italiano, porta nel mondo.










Il doppio CD su Amazon.it:

1 ott 2016

Il Paese Dei Balocchi



Ultimamente intervistato dal magazine tedesco Eclipsed, Mikael Åkerfeldt, cantante e chitarrista degli Opeth, nonché grande collezionista di dischi, ha affermato che letteralmente ama l'unico album mai realizzato dal gruppo italiano Il Paese dei Balocchi, e che non comprende come mai tali maestri del prog non siano andati avanti con il loro progetto.

"L'album è innaturalmente buono" ha dichiarato "e contiene tutti gli elementi che io apprezzo del progressive rock. È epico, e viene meravigliosamente accompagnato dall'orchestra. Gli archi sono grandiosi, ogni cosa è inscenata in maniera triste e oscura..."





Una conferma ci arriva da Giuseppe Tosi, che su Youtube commenta:

"Decisamente bello anche per l'uso misurato dell'orchestra sinfonica. Alcune parti rimandano a Stravinskij, ma si spazia con grande creatività, con citazioni buttate qui e la (da Morricone ai King Crimson) e un'atmosfera generale pacata e romantica che li rende unici nel panorama prog italiano (qualche similitudine col Museo Rosenbach ,ma il loro Zarathustra arriverà un'anno dopo). E' un peccato che tra le tante, recenti rivalutazioni di molte opere del nostra progressive, questa continui inspiegabilmente ad essere ignorata. Assolutamente da ascoltare e rivalutare."

A quanto pare Mikael Åkerfeldt sta facendo una grande pubblicità per questa perla smarrita del prog italiano: sulla pagina dov'è presente il video, si sono infatti raccolti ascoltatori da ogni parte del mondo, e quasi tutti dicono di essere stati "mandati" da lui...

Allora, ascoltiamo insieme questo capolavoro.





01 Il Trionfo Dell'egismo,Della Violenza, Della Presunzione e Dell'Indifferenza
02 Impotenza Dell'umilta' E Della Rassegnazione
03 Canzone Della Speranza
04 Evasione
05 Risveglio E Visione Del Paese Dei Balocchi
06 Ingresso E Incontro Con I Baloccanti
07 Canzone Della Carita'
08 Narcisismo Della Perfezione
09 Vanita' Dell'intuizione Fantastica
10 Ritorno Alla Condizione Umana




 LP cover


 

 


Line-up:


Armando Paone (vocals, keyboards)


Fabio Fabiani (guitar)


Marcello Martorelli (bass)


Sandro Laudadio (drums, vocals)







Il Paese Dei Balocchi nacque sui resti della band Under 2000, che si era formata a Roma nel 1965. L'unico loro LP sembrerebbe quasi aver ispirato gruppi come Rovescio Della Medaglia e Museo Rosenbach... 
A comprovare ciò ci sarebbe il fatto che un breve brano iniziale de Il Paese Dei Balocchi viene eseguito da un secondo tastierista, nella persona di Franco Di Sabbatino, il quale sarà poi il tastierista del Rovescio Della Medaglia.
Tra l'altro in "Evasione" a me pare di riconoscere un po' di Parsifal dei Pooh, che uscirà appena l'anno dopo...

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Il chitarrista del Paese Dei Balocchi, Fabio Fabianiracconta l'intera storia del disco in questo sito di progressive rock (in inglese), sottolineando che, sebbene le vendite fossero state scarse, c'era addirittura in ballo un secondo album. Il gruppo però non riuscì ad andare al di là del disco d'esordio e finì per sfasciarsi nel 1974, quando il tastierista, Armando Paone, emigrò nel Golfo Persico, guadagnandosi laggiù la vita come pianista di piano bar.

Leggete l'intervista: è un romanzo di amicizia, di delusioni e di emigrazione.










12 mar 2016

R.I.P. Keith Emerson

Rimane comunque la sua musica.




Dapprima mi è venuto uno shock a pensare che si è sparato in testa... Proprio lui, che era ancora molto attivo (vedi il calendario sulla sua homepage ufficiale); poi ho letto che gli era venuta una malattia degenerativa che gli impediva di usare tutt'e dieci le dita, e allora ho capito il dramma del genio. 








Era un pioniere delle tastiere elettroniche, un vero mago del moog... e un eccellente pianista.






11 lug 2015

Bruno Renzi: 'Pianobar'



Non ci finisce di stupire Bruno Renzi, cantautore italiano stanziato in Germania. Ora è uscito il suo Pianobar, canzoni celebri che lui esegue alla tastiera. Dunque un autore... che in questo caso non usa la voce e che predilige presentare canzoni altrui. Canzoni note - quasi tutte - per essere colonne sonore di grande rilievo, vere e proprie minisinfonie, nella maggior parte premiate con l'Oscar o il Grammy.
Da "Once upon a time, in the West" il viaggio ci porta, attraverso l'alta e abbronzata ragazza di Ipanema ("Girl of Ipanema", track n. 12) fino alle altrettanto notissime "Time to say goodbye" e "Cinema Paradiso". 
Sebbene sul vapore dei sogni sia imbarcato insieme a noi un unico strumento, e cioè quello coi tasti bianchi e neri, l'avventura direi cinemascopica di Pianobar serve a condire in maniera raffinata e ingegnosa le nostre mattinate di fine settimana o, se volete, le nostre serate dedicate al relax in compagnia di un buon brandy e, possibilmente, con un partner amoroso accanto a noi.

Do al CD quattro di cinque stelle. Conosco Renzi e ho ascoltato troppe volte la sua voce calda e morbida, che in questo caso mi manca. Fantastica comunque l'interpretazione pianistica di tutt'e 18 i titoli scelti, stavolta senza gli arabeschi jazzistici che contraddistinguono altri lavori dell'artista. In Pianobar troverete in pratica musica classica, o neoclassica. Musica colta, quindi: arte ed eleganza che oscillano tra bellezza raccolta e giocosa levità (vedi "Cheek to cheek", traccia n. 15). Una cascata di note ottima anche per punteggiare un pranzo o una cena a base della migliore cucina italiana.

I brani da me preferiti? In concreto sono tutti eseguiti magistralmente e "con anima", ma se proprio devo fare una mia piccola cernita personale, ecco i titoli: "Limelight", "Let's do it", "Sentimental journey", "Don't cry for me Argentina", "Tema di Lara" (da brividi!) e "Mia in Re maggiore" (quest'ultimo, composto dallo stesso Renzi, da solo vale già il prezzo dell'intero album).


Per ordinare: info@brunorenzi.de

Sconti per ordinazioni superiori alle cinque copie.
Se il CD è destinato all'uso in esercizi enogastronomici e alberghieri, pregosi indicarlo nella richiesta.


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Altro articolo in Topolàin sullo stesso artista:

"Bruno Renzi, poeta del pop-jazz"


19 apr 2015

New Trolls - 'The Seven Seasons' (full album)

Senza parole. Il prog rock italiano ha prodotto delle perle di livello internazionale: vedi Darwin del Banco, Felona e Sorona delle Orme, praticamente tutti gli album della PFM... Ma che dire della grandezza, delle emozioni che riescono a suscitare i New Trolls (band non sempre pienamente compresa)? Insieme al famosissimo Concerto Grosso, considero questo loro Seven Seasons (del 2007) un altro indiscutibile gioiello del progressive rock, anche se volutamente frammisto a una levità da pop.



9 ago 2014

Focus



I Focus sono un gruppo olandese che hanno accompagnato il prog rock fin dai suoi primi vagiti. Vennero fondati nel 1969 dall'organista e flautista Thijs van Leer, diplomato al conservatorio. Il loro mix di classica, rock e jazz costituisce il motore della band, che nel 1978 si sciolse e poi si riformò a più riprese; l'ultima volta nel 2002 (e sono ancora attivi!).

"Hocus Pocus" e "Sylvia" sono i loro brani più famosi.


I membri originari Thijs van Leer (tastiere, flauto, voce) e Pierre van der Linden (percussioni) fanno ancora parte del gruppo. Menno Gootjes è l'attuale chitarrista (ruolo ricoperto un tempo da Jan Akkerman, divenuto una leggenda dentro e fuori i Focus...), mentre al basso c'è Bobby Jacobs (altri bassisti, in passato: Martin Dresden, Cyril Havermans, Bert Ruiter).



Anche l'ascoltatore occasionale non può non notare il tocco "psichedelico" in molte loro composizioni. In "Sylvia" ad esempio lo psychedelic style è la patina che impreziosisce il ritmo jazz (non jazz pesante, ma lieve ed elegante) insieme alle progressioni classiche. Bello comunque anche il solo di chitarra.



Sono stati riscoperti quando il loro "Hocus Pocus" venne usato dalla Nike per lo spot 2010 World Cup (regista: il messicano Alejandro González Iñárritu). Lo stesso brano è stato inserito nel film RoboCop (2014).



Ecco, nel video sottostante, lo spot della Nike. "Hocus Pocus" potete sentirlo più o meno a partire da 1:15