10 feb 2019

Riproposta di recensione: 'Fourth / Fifth' dei Soft Machine

(Articolo già apparso su Debaser)







E' la riproposta in doppio pack - e ovviamente digitalizzata - dei due loro album del 1971 e 1972. In totale 14 track. Sono quelli della svolta stilistica che avrebbe portato la "Morbida Macchina" ad avvicinarsi sempre più a una transavanguardia tipo Nucleus (molti dei membri dei Nucleus sarebbero via via entrati a far parte di questa band). Il percorso dei Nucleus e dei Soft Machine è indubbiamente simile: anche i primi approdarono infine a un suono elettronico dalle tinte funky... 



Gli Anni Sessanta si stanno congedando. Con Kevin Ayers e Daevid Allen che ormai scorrazzano per conto proprio (l'australiano Allen a quanto pare non può rientrare in Inghilterra per un problema di passaporto e darà vita ai Gong in quel di Parigi) e Robert Wyatt che pensa di abbandonare il gruppo per fondare i Matching Mole (ha già inciso un album in proprio e Fourth sarà l'ultima sua collaborazione con la Machine), è il tastierista Michael Ratledge a prendere in mano le redini. Il resto della band è formata dal suddetto Wyatt - tuttora - ai drums, dal sassofonista Elton Dean e da Hugh Hopper al basso. Questi ultimi due, insieme a Ratledge, costituiranno il nocciolo del gruppo anche in Fifth.



Fourth è il loro primo disco completamente strumentale e si avvale dell'apporto di Marc Charig (tromba), Roy Babbington (contrabasso), Nick Evans (trombone), Jimmy Hastings (flauto, clarinetto) e Alan Skidmore (sax tenore). La virata decisa verso la fusion di rock e jazz - già intravista in Third - si compie qui. Il jazz rock è ovviamente presente nei primi lavori dei Soft Machine (chi non ricorda lo splendido "Out-Bloody-Rageous"?), così come in quelli di tutti gli altri gruppi della scuola di Canterbury, ma lì era contraddistinto da un sound più caldo e impreziosito dalle melodie di Wyatt. Il maggior punto in comune tra Fourth e i lavori precedenti è la razionalità elettronica di Ratledge. La psichedelia primigenea va ricercata tra le righe, e il disco non soddisfa certo i consumatori del progressive ma molto, invece, chi ama Miles Davis, Chick Corea e la musica totale.



Il primo pezzo "Teeth" è una brillante composizione arricchita dagli accenti swing del contrabasso di Babbington, che lascia poi il posto al basso elettrico di Hopper; le cascate pianistiche si alternano con le armonie dei fiati (belle le sfumature del clarinetto di Hastings) e, dopo un furioso "solo" dell'organo di Ratledge, il tutto culmina in un'improvvisazione collettiva. "Fletcher's Blemish" è anch'esso un brano di alta qualità jazzistica in cui l'elegiaco soffio del sax di Elton Dean viene sostituito da un graffiante coro di tutti gli strumenti. "Virtually", suite in quattro parti di Hopper, tradisce la lungaggine e qualche ripetizione di troppo... Insomma, siamo lontani lontanissimi dalle atmosfere di "Moon In June" e "Dedicated To You But You Weren't Listening", anche se non si può non ammirare la virtuosità di tutti.




Un senso di sospensione, di incompiutezza risolutiva, persino nell'ottica di una dimensione cool-jazzistica, si avverte in Fifth. Qui, John Marshall (ex Nucleus ed ex Jack Bruce Band) sostituisce Wyatt alle percussioni, anche se le sessions iniziali videro la partecipazione del batterista di free jazz Phil Howard. Marshall è altrettanto bravo di Wyatt e senza ombra di dubbio molto più "tecnico", ma per molti l'abbandono del folletto e membro fondatore significò l'inizio del declino dei Soft Machine. Anche in Fifth non c'è traccia dei canoni di quel rock psichedelico (per molti versi giocoso e zappiano) della prima ora. Rabbia & Energia sono sì presenti, ma, a conti fatti, Fifth ricalca senza molta fantasia il quarto album (soprattutto in "As If", "All White", "Drop"), di cui può considerarsi un pendant. Nessun timbro esistenziale bensì freddo estetismo, e l'impressione conclusiva è che i musicisti siano alla ricerca di un finale liberatorio che però non arriva.



***

«I signori di Canterbury. Esordio scoppiettante, secondo disco fondamentale, che getta le basi per il rock di Canterbury, terzo disco monumentale. Lodi infinite a Wyatt, Ayers, Ratledge e soci. Dopo Third e l'ottimo Fourth con l'abbandono di Wyatt, la virata Jazz-Rock che ha prodotto comunque buone cose (Six). Immensi.»


La "Scuola di Canterbury" comprendeva, tra, gli altri, Soft Machine (qui nella foto), Gong, Caravan e Camel



Commenti 

Pulp
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La scena di Canterbury è ricca di capolavori...dei Soft Machine mi è piaciuto molto Third ma questo devo ancora ascoltarlo. Complimenti, bella recensione! 

47
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fourth è fantastico, fifth mi annoia... 

donjunio
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Bella rece. Io però mi sono fermato al terzo passo, questi non li ho ancora sentiti. 

charley
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Davvero una bella rece, bravo. 

manliuzzo
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Ma che bella recensione! Fourth l'ho ascoltato in parte, Fifth no. E'strano, i Soft Machine mi attirano, ma non riesco a cominciare ad ascoltarli. comunque un'altra rece ci volev, e tu hai colmato benissimo la lacuna. Bravo 

OleEinar
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Conosco solo third, devo approfondire. I successivi a questi come sono? 

supersoul
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Fourth non è da 3, anche se Wyatt fu messo in minoranza dal resto del gruppo, il suo drumming in questo disco è eccezionale. 

Longliverock
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Third è il loro capolavoro. Fourth è un pò inferiore,ma straordinario. Fifth non l'ho ascoltato tutto. 

the green manalishi
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Beh già Third è abbastanza tosto da digerire (ma comunque degno di nota), dici che dovrei beccarmi anche questi? 

Slim
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"Teeth" vale tutto il disco, bellissimo il filmato che gira su Youtube di loro che lo registrano in studio. 

paloz
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Beh, calma... Fifth è una bella schifezzuola, ma il quarto mi era piaciuto non poco. Diciamo, senza contare 5th, un bel 4/ 4 e mezzo... 

Gregor_Lake
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Recensire insieme due dischi dei Soft Machine è in linea con la scelta di unire i due dischi in uno, e questa come quella è forse una nota di demerito, franc. D'altronde due dischi incredibilmente diversi, più che matura svolta il 4, piccolo passo falso il 5 

hjhhjij
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Il voto fa media: Fourth vale ancora 3,5-4 ma fifth non mi è piaciuto affatto, delusione, per me non vale più di 2. 

Hell
HellDivèrs
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Come tutti gli altri... Il voto va solo a "Fourth". 

scaruffoditurno
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interessante anche il blog 

ranofornace
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"no stars by ranofornace" Soft Machine 4 ottimo - 4, Soft Machine 5 - discreto 3

9 feb 2019

Manu Chao - 'Baionera'

Cuanta energia! 


La musica di Manu Chao è divertimento scatenato. Ma mai banale.


Baionera (album + DVD) risale al 2009.





1. Panik Panik
2. El Hoyo
3. Peligro
4. Casa Babylon
5. Tumba
6. Mr. Bobby
7. La Primavera
8. Radio Bemba
9. Bienvenida A Tijuana
10. El Viento
11. Monkey
12. Clandestino
13. Desaparecido
14. Rumba De Barcelona
15. La Despedida / Mentira
16. Rainin' In Paradize
17. A Cosa
18. La Vacaloca
19. Hamburger Fields / Merry Blues
20. Tristeza Maleza
21. Dia Luna Dia Pena
22. Machine Gun
23. Volver, Volver
24. Radio Bemba / Eldorado 1997
25. Mala Vida
26. Sidi H'bibi
27. Radio Bemba
28. Forzando Maquina / Mr. Bobby
29. Me Quedo Contigo (Si Me Das Elegir)
30. La Vida Tombola
31. L'hiver Est Là
32. Crev' La Vie
33. Pinocchio (Viaggio In Groppa Al Tonno)




2 feb 2019

'Corte dei Miracoli' (1976)

Corte dei Miracoli (da non confondersi con il gruppo di Pavia - attivo - che si cinge dello stesso nome ed è dedito alla musica folk e alle canzoni cantaurorali) era una band di rock progressivo che si avvaleva di... due sintetizzatori! Un'idea ottima e funzionante, come dimostra l'album omonimo del loro debutto. 


Quell'album rimase purtroppo anche la loro unica (vera) fatica discografica: l'ensemble ligure si sciolse infatti prima della fine dello stesso anno... 
Corte dei Miracoli venne pubblicato dalla Grog, piccola etichetta che faceva capo a Vittorio de Scalzi; e lo stesso de Scalzi, nel disco, interviene in qualche brano con la sua sapiente (e famosa) chitarra. 

https://www.amazon.it/Corte-Dei-Miracoli-Paper-Slee/dp/B0040LDRCI/

Graziano Zippo, l'eccellente cantante di Corte dei Miracoli, dà al gruppo quasi un'impronta à la Pooh, per via della sua voce cristallina, "pulita": caratteristiche del resto supportate dalle melodie spesso ariose. Ma la trama complicata della musica, ovvero il suono "multistrato", senz'altro underground e con alcuni frammenti di interessante sperimentazione, proietta il gruppo ben al di là del pop; e i testi aspirano a un discorso elevato, se non intellettuale, che è perlopiù estraneo alla musica di consumo. 

Peccato solo che l'opera fosse uscita solo nel 1976, e dunque dopo che il progressive aveva già fornito tanti capolavori indiscutibili! Se l'album potesse essere retrodatato, avremmo un bell'esempio di pilastro antologico del prog rock. 
Comunque, anche per la piacevolezza dell'ascolto, Corte dei Miracoli non può mancare in nessuna raccolta degli appassionati del genere.

Curiosamente, nonostante che de Scalzi appartenesse (notoriamente) ai New Trolls, l'album piacerà soprattutto agli aficionados delle Orme!





                 I Corte dei Miracoli commentati dal blog classikrock

                La loro discografia su Discogs.

Mystery, band progressive franco-canadese

"Looking for Something Else" è uno dei brani principali di Lies and Butterflies, l'album dei Mystery uscito l'anno scorso. La band canadese (loro sono di Montreal, nel Québec) venne fondata nel 1986... 

Da molte riviste specializzate, Lies and Butterflies è stato votato come uno dei migliori album prog del 2018. 






Lies and Butterflies (full album) (YouTube)

                                                       L'homepage dei Mystery




19 gen 2019

Iricanti - 'Strati persi' (CD, 2019)

La poesia amara della solitudine accoppiata alla gioia di vivere


Dal folklore siciliano prendono le mosse gli Iricanti, straordinario complesso "based in Licata" (in provincia di Agrigento) che torna dopo diverso tempo di riflessione, avvalendosi della partecipazione del batterista Calogero Marrali (di estrazione jazz) e di altri preziosi collaboratori, come la vioncellista Carla De Caro e il fisarmonicista Graziano Mossuto.


 
Un disco raffinato. Consigliatissimo! 
Genere: folk-rock intenso e profondo; pop jazzato con atmosfere a tratti klezmer. 


Diciamo subito che tutte le track del CD ci sono piaciute, tanto che riteniamo ardua la scelta di un brano che possa essere posto sopra gli altri. Così, anche per comodità, lasciamo fare alla funzione "random" del player. I primi tre titoli che vengono fuori: "'U to respiro", "Strati persi" e "Nate di 21".

Di che cosa racconta Strati persi? Di desideri passionali, di viaggi, di morte e di eventi epici... di rinascita.

Armando Sorce, cuore e anima degli Iricanti, ha sfornato un prodotto sicuramente impegnativo per l'ascoltatore: si viene chiamati a interessarsi di testi mai banali - in dialetto, ma in fondo comprensibili a tutti -, per quasi subito, inevitabilmente (come accade per esempio a chi ascolta Leonard Cohen o Van Morrison), essere catturati dal tessuto sonoro, dagli arrangiamenti, dalla stessa semplice melodia, che è in grado di diffondere eleganza ed emozioni.

Le atmosfere poetiche dei dieci brani cantautorali vengono rette anche dalla voce piacevolissima, sempre sul pezzo, mai sopra le righe, di Concetta Casano. Sono dieci storie, dieci "atti" che arrivano a comporre un affresco reale, veritiero, assai ben calibrato. Parti del quadro (giocose o malinconiche che siano), grazie alla qualità dei musicisti, virano spesso su toni fiabeschi e trasognati; ma si tratta di fiabe e sogni che decisamente attecchiscono su questo nostro mondo.
Chiamatela, se volete, saudade; ma è una saudade niente affatto scevra di speranza.







Gli Iricanti in concerto (Grandangolo, AG)

                            Gli Iricanti su YouTube




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Gli Iricanti sono:
Concetta Casano (voce)
Armando Sorce (voce e chitarra)
Calogero Marrali (batteria)
Mimmo De Caro (contrabasso)
Rosita Piritore (trastiere e piano)
Amedeo Maniglia (percussioni)
William Portalone (violino)
Elisa Grifa (chitarra)

Hanno collaborato:
Graziano Mossuto (fisarmonica)
Carla De Caro (violencello)
Ezio Faraci (Project Studio Engineer)


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30 dic 2018

Tre splendidi "jazz trio" contemporanei

Oggi (che è domenica e dunque… Jazz time!) vi presentiamo tre splendidi terzetti.


Il primo jazz trio è sicuramente noto a tutti gli appassionati di questa musica. Si tratta del George Duke Trio, qui in un brano di oltre 8 minuti: "It's On".





C'è qualcosa di più divertentemente funky del Delvon Lamarr Organ Trio?
... e pensare che questo per loro è una sorta di allenamento (un warm up)!





La terza formazione che vi vogliamo presentare è quella dei GoGo Penguin. Talmente bravi da essere stati scritturati dalla Blue Note Records. Come noterete, hanno qualcosina di Philip Glass... e del minimalismo, in generale.


Il jazz contemporaneo è vivo quanto mai!



30 set 2018

La "Doktor Goebbels Jazz Orchestra"

Queste pagine sono tratte da Doktor Wolf - Storia di Hitler e del nazismo, disponibile su Amazon Kindle.




La Seconda Guerra Mondiale fu condotta anche nell'etere. Il mezzo radiofonico sembrava fatto apposta per la propaganda all'estero. Joseph Goebbels, giusto a scopo di mistificazione e diffusione dell'ideologia bruna, inventò un "jazz del Reich". Consisteva in celebri brani jazz dal testo riveduto e corretto. Spesso le parole delle songs erano macabre: "Fronte rosso, fronte rosso, molto sangue sparso...". Di questo macchinario per le terre oltreconfine, costituito da un'emittente che trasmetteva prevalentemente in inglese, i comuni cittadini del Terzo Reich non sapevano nulla. A loro, anzi, veniva negato assolutamente di andare in escandescenze per lo swing degli americani.



Nella terminologia nazionalsocialista il jazz era "musica negro-americana". In Germania veniva permesso solamente un tipo di jazz moderato. Erano del tutto vietate le jazz sessions, espressione del vero e proprio "jazz negro". I musicisti all'avanguardia non ebbero vita facile. Molti, ebrei ("meticci di secondo grado"), furono trascinati nei campi di concentramento, dove venivano costretti a suonare. Quasi nessuno di loro sfuggì alla morte.
Nonostante le minacce e le repressioni, in Germania non mancarono comunque gli ammutinamenti. Una sera in cui il locale Delphi di Berlino (che nel 1943 era una metropoli di 4 milioni di abitanti) era pieno zeppo di soldati in licenza – perché feriti –, la band attaccò improvvisamente un genere di musica finora poco conosciuta dagli spettatori. Era un jazz negro. La gente smise di ballare e si accalcò sotto il palco, stregata. Col passare dei minuti il ritmo divenne indiavolato: un susseguirsi di note scoppiettanti, una delizia acustica che entrava nelle vene. L'esecuzione era straordinaria, soprattutto per quei giorni in cui ogni suonatore doveva adattarsi a strumenti che non gli erano congeniali (il trombettista, ad esempio, doveva sapersela cavare anche col trombone). Fu un trionfo. Ma il rischio corso era troppo grande e quella fu una delle poche "insurrezioni". Di solito i musicisti non superavano mai il livello di guardia: i censori stavano all'erta.
Goebbels si era accorto che il jazz piaceva agli avieri. Lui stesso non era sprovvisto del senso della musica e il fatto che possedesse anche un filino d'umore, seppure in maniera contorta, è avallato dal piacere evidente che ricavava dal Grande Dittatore, che vedeva e rivedeva in un cinema privato sbellicandosi dalle risa.



Convocò dunque un manipolo di jazzisti alla Haus des Rundfunks della capitale e, sotto vigilanza delle SS, fece eseguire alcune canzoni che venivano immediatamente irradiate verso il territorio nemico. La musica era quella degli americani, mentre il testo era un insieme di frasi che rifacevano il verso a Cole Porter e altre stelle yankee, distorcendo il significato originale. "Tu sei eccezionale, tu sei un aviatore tedesco..." Il canto era sempre in inglese.



L'ammirazione dei tedeschi per i britannici, per lingua, usi, caratteristiche, ha radici che affondano in tempi di gran pezza tramontati. Molti militari del Terzo Reich vivevano una sorta di sdoppiamento della personalità: da un lato c'era il loro apprezzamento per gli inglesi e dall'altra c'era l'amato Führer, il grande costruttore di autostrade. Quando l'aviazione tedesca bombardò Londra e altre città della Terra d'Albione, venne inaugurato un nuovo, truce capitolo negli annali della guerra aerea. La Germania avrebbe poi conosciute sulla propria pelle le tragiche implicazioni di quell'affronto: le bombe di marca tedesca tornarono al mittente in quantità molto ma molto maggiore. Abbiamo già detto di Dresda, ma anche altri luoghi conobbero l'inferno della vendetta. Su Berlino si abbatterono in una sola notte 900 tonnellate di bombe inglesi... Come dicevamo, gli aviatori tedeschi facevano il verso ai britannici in tutto; non solo coltivando gli stessi gusti musicali. Quando Parigi fu occupata, si videro piloti della Luftwaffe girare in Rolls Royce per le avenues; e al collo portavano sciarpe azzurre, alla maniera dei piloti d'Oltremanica. Che cosa pensarono, quando fu loro ordinato di attaccare l'inghilterra? Erano forse talmente imbottiti di droga da essersi resi scevri di ogni sentimentalismo?


Alla propaganda nazista a colpi di jazz si opponeva la psy war degli anglosassoni. Attraverso le loro trasmissioni per la Germania, gli Alleati perseguivano la speranza di potenziare la resistenza intestina contro il regime hitleriano. La scaletta comprendeva programmi divulgativi e news che fornivano agli oppositori di Hitler solidi controargomenti al nazionalsocialismo e li aiutava a non sentirsi da soli, arroccati su posizioni disperate. Nel suo diario, Anna Frank annotava (giugno 1943): "Quando si è demoralizzati, aiuta non poco la voce magica che arriva dall'etere, che sempre ci infonde coraggio e ci fa intendere: 'Mai lasciarsi andare! Verranno giorni migliori!'".
Fin dal primo giorno di guerra vigeva in Germania il divieto di sintonizzarsi su antenne straniere. Il castigo per i "delitti radiofonici" era severissimo: in alcuni casi fu applicata persino la pena capitale. In barba a ciò, molte persone vollero mettere a repentaglio la propria vita. La radio era rimasta l'ultimo legame con il mondo libero, l'unica opportunità di ascoltare opinioni e vedute differenti da quelle di Hitler e del suo Propagandaminister. Nel gergo degli iniziati, l'ascolto clandestino veniva detto "inalazione d'inglese": perché si origliava la voce di Radio Londra tenendo la testa sotto una coperta.





Radio Lussemburgo irradiava programmi in tedesco, redatti e parlati da tedeschi esiliati. E psy war era condotta anche dall'America, basandosi su uno schema semplice: venivano lette notizie autentiche, news vere, senza troppe spiegazioni e senza abbellimenti; gli ascoltatori avrebbero dovuto trarre da sé le conclusioni.
Era la stessa falsariga della BBC, l'emittente più seguita. I programmi di Radio Londra iniziavano con gli inconfondibili colpi di timpani: tre brevi e uno lungo, che riprendevano le prime battute della Quinta Sinfonia di Beethoven ("del Destino") e ricalcavano la lettera 'V' dell'alfabeto Morse – 'V' come "Victory". Una delle armi principali della guerra psicologica condotta dalle rive del Tamigi erano gli sketch satirici. Alcuni personaggi stereotipati (un astuto caporale, una casalinga irrispettosa, due politici da bettola berlinesi) divennero assai popolari, perché commentavano gli avvenimenti in corso facendo divertire l'audience. Per la BBC lavoravano numerosi tedeschi e austriaci.
Altre stazioni radiofoniche molto attive furono Radio Mosca e Germania Libera. Dai microfoni anti-Hitler risuonarono le voci di Thomas Mann («Ascoltatori tedeschi!»), del teologo Paul Tillich (che presentò un programma memorabile) e di Wilhelm Pieck, segretario del Partito Comunista Tedesco. Furono prodotte piccole commedie e canzoni politiche, venivano mandati messaggi di conforto ai soldati prigionieri e venivano lette le ultime novità dalla linea di fuoco.



Ma anche le trasmittenti naziste vibravano senza sosta. Furor teutonicus si fiondava oltre i confini del Reich. Vennero ingaggiati attori che padroneggiavano l'inglese per scenette che prendevano in giro gli uomini politici britannici. Un esempio: Churchill sta facendo il bagno quando un ministro tutto affannato si presenta al suo cospetto. «Signor Churchill, i tedeschi hanno decimato la nostra flotta!» E Churchill ribatte: «Beh, accidenti, porgimi un sigaro e una bottle of whisky».
Prigionieri di guerra erano spinti fin davanti ai microfoni goebbelsiani e costretti ad annunciare che stavano bene e che beneficiavano di un trattamento eccellente: «A good life». Tali programmi andavano in onda regolarmente ed erano seguiti dai parenti dei prigionieri in Europa e in America.
A cominciare dal'42 il governo di Roosvelt fu il bersaglio preferito della propaganda nazista. «Roosvelt è ebreo» veniva decretato. E il testo di una canzone jazz faceva così: "Gli ebrei hanno tutti i motivi per rallegrarsi, loro hanno un nuovo erede e capo: Mister Roosvelt Jones, che manda milizie nel Vecchio Continente per difendere la causa giudea".
Il gruppo di Charlie & His Orchestra suonava per il "Deutschen Kurzwellensender" (emittente a onde corte) in estemporanea. Charlie & His Orchestra era una big band con musicisti tedeschi e stranieri: ne facevano parte belgi, olandesi e italiani. Il "Charlie" che dava il nome all'ensemble era il cantante Karl Schwedler. Era soprannominato "Charlie" perché era stato negli Stati Uniti d'America. Era anche colui che scriveva le lyrics (spesso razziste) delle canzoni. Il più celebre dei membri fu però un altro Charlie: Charlie Tabor, suonatore di tromba il cui destino era di rimanere in attività fino a età inoltrata. Tabor avrebbe partecipato a molti film e programmi televisivi della Germania Occidentale (soprattutto nei decenni Cinquanta e Sessanta).





Questi musicisti in un primo tempo furono lieti che fosse loro consentito di suonare musica americana, guadagnando niente male. Nel '41, nel '42, molte delle migliori orchestre jazz europee si esibivano in locali esclusivi della capitale tedesca. Al Roswitha Bar primeggiava quella di Tullio Nobilia, formata da soli italiani. Ma Charlie & His Orchestra (con Nino Impallomeni alla tromba) offriva senza dubbio il jazz migliore. Anche al di fuori del palcoscenico, gli elementi armonizzavano perfettamente. Mario Balbo, sassofonista, era il buffone della compagnia, sempre predisposto agli scherzi. Una volta Charlie e consorti scesero a una stazione metropolitana ribattezzata "Piazza Adolf Hitler". Dopo aver guardato meglio, si accorsero che Platz non era scritto correttamente: qualcuno aveva aggiunto una 't', e la parola adesso era 'Platzt'. Il tutto si leggeva: "Scoppia Adolf Hitler". Autore di questo tiro mancino era stato... Balbo.
Quando cominciarono i bombardamenti su Berlino, trasmettere dal vivo risultò ostico. Ogni giorno si susseguivano fino a cinque allarmi. La metropoli fu presto una miriade di residui, schegge, rottami. Mentre la popolazione crepava, Charlie & His Orchestra dovevano cantare, cinicamente, Let's go bombing, sul motivo di Let's go slumming di Irving Berlin.
Parecchie città tedesche erano dissestate, le strade e i quartieri non più riconoscibili; tuttavia, nei cinegiornali, girati soprattutto per l'estero, si vedeva una Germania tranquilla e ricca: sfilate di moda con ragazze semisvestite, spettacoli mondani di vario genere, sequenze di benessere e signorilità accompagnate dalla voce allegrotta dello speaker.


Per la maggior parte del tempo i musicisti se ne rimanevano in un bunker a giocare a scacchi e ad annoiarsi. Finché ognuno di loro non ricevette una lettera di trasferimento. "Herr Impallomeni... trasferito a Breslau." Il termine "trasferito" (abkommandiert) suonava come un ordine. Nessuno poté dir di no: d'altronde, lavoravano per il ministero di Goebbels... anche se alcuni, fino a quel momento, sembravano averlo ignorato. Per la burocrazia nazista, i componenti di Charlie & His Orchestra occupavano lo stesso rango di soldati regolari.
Furono convogliati verso la Svevia, dove suonarono a Radio Stoccarda. Quando Badoglio, nel 1943, firmò il trattato di collaborazione con gli americani, il leader della big band assicurò ai musicisti italiani che non avrebbero rischiato rappresaglie da parte dei nazisti. «Nell'eventualità che qualcuno voglia crearvi seccature, potete sempre dire che lavorate per il Ministero della Propaganda.»
Swing e jazz continuarono a dilagare imperterriti. Dal 1939 alla fine della guerra, la 'Doktor Goebbels' Jazz Orchestra' (com'era altrimenti detta) non smise mai di eseguire in radio melodie già affermate su testi nuovi che avrebbero dovuto demotivare i nemici.
Il complesso rimase attivo anche dopo l'occupazione americana. A Ludwigsburg e in altre città del meridione tedesco, Charlie & His Orchestra, con un nuovo repertorio e alquanto rimaneggiati (alcuni suonatori se l'erano svignata dopo il tracollo della Germania), intrattennero i soldati occupanti. Nel giugno del '45 l'ensemble era ridotto a un quintetto. Due dei suoi elementi erano tedeschi (uno era Fritz "Freddie" Brocksieper, il batterista). I tedeschi venivano "coperti" dai loro compagni, due italiani e il pianista, olandese. Neanche quest'ultimo poteva certo lamentarsi, dato che in quel frangente postbellico, ad Amsterdam, più di 1.000 persone morivano d'indigenza. «Non vi preoccupate» dicevano ai due tedeschi. «Per quel che ci concerne, voi non siete tedeschi ma turchi.»
Come può un musicista giustificarsi per essersi messo al servizio di una dittatura? Ci riesce dicendo che vi è stato costretto. Spiega, a chi glielo chiede, che i musicisti, per natura, si occupano puramente di musica e che la politica non li stuzzica. È quel che fecero i componenti di Charlie & His Orchestra. I componenti restanti, cioè. Che erano stati contenti che persino sotto la svastica fosse stato loro concesso di suonare, e suonare il genere per cui stravedevano. Grazie alla loro passione e alla loro abilità, avevano potuto evitare di combattere al fronte e avevano persino ricevuto un'ottima paga. Ora, con gli americani in casa, non gli continuava a mancare nulla: zucchero, caffè, carne e burro abbondavano, così come cigarettes e "occupation marks", le banconote stampate dagli Alleati.
Durante un'esibizione in un ristorante per militi U.S.A., un sergente stelle-e-strisce si alzò e incitò, con la voce grossa del vincitore: «Let's go play!» Al che il trombettista improvvisò un assolo che scatenò l'entusiasmo dei soldati e degli altri astanti, i quali smisero di desinare per tributare una standing ovation. Il sergente manifestò la sua riconoscenza consegnando al suonatore il lasciapassare (la "denazificazione" era in pieno corso) insieme a 47 sterline.



Anche negli Anni Cinquanta e Sessanta i membri della vecchia Charlie & His Orchestra, singolarmente o militando in altre formazioni, raccolsero consensi.
Della big band ingaggiata da Goebbels non si hanno molti documenti sonori. Ma dalle rarissime registrazioni si ricava il senso di vigore, di forza esplosiva... una musica che purtroppo impallidisce di fronte ai testi di contenuto nazionalsocialistico.






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