"Wonderjazz!" a tutti. Oggi (domenica, giorno dedicato al jazz...) poniamo sotto i riflettori Lee Morgan, trombettista che suonò anche con John Coltrane in (vai al link!) Blue Train.
Su Lee Morgan faremo addirittura un post "doppio", in quanto, in appendice, dedicheremo dello spazio anche all'album Cornbread.
... qui con Art Blakey and the Jazz Messengers
Il trombettista Edward Lee Morgan (1938–1972) fu una delle figure massime dell'hard bop (seconda metà degli Anni Sessanta). Ancora adolescente, dopo aver partecipato a Blue Train (John Coltrane), entrò nel gruppo del batterista Art Blakey prima di iniziare la carriera solista. Fu uno dei pilastri dell'etichetta Blue Note.
Purtroppo la sua carriera, come la sua vita, fu di breve durata. Aveva 33 anni quando la sua donna, Helen, gli sparò, uccidendolo, allo Slug's Saloon, locale di jazz nello East Village (NYC).
"The Sidewinder", uno dei suoi titoli più noti
Sulla homepage della Blue Note, fucina del jazz a cui lui Lee Morgan fu legato a doppia mandata, c'è un interessante articolo circa l'album Cornbread (1965).
Il successo riscontrato da Lee Morgan con il brano soul-jazz "The Sidewinder", fece sì che molti artisti cercassero di imitare o comunque duplicare quell'impresa proponendo brani di stampo boogaloo (fusione di musica latina, twist e rhythm’n’blues). La carriera di Morgan acquistò in velocità. Nei due anni successivi al sunnominato hit, il musicista realizzò altri 6 album - e, alla fine, sul suo conto saranno ben 25 gli LP totali per l'etichetta Blue Note... fino al momento della tragica, prematura morte (1972).
Cornbread, registrato nel settembre del 1965, vede il batterista Billy Higgins come unico rappresentante dei musicisti che parteciparono alla registrazione di "The Sidewinder". Morgan ingaggiò il sassofonista alto Jackie McLean (restituendogli il favore meno di una settimana dopo suonando sull'album Jackknife) nonché il sassofonista tenore Hank Mobley (Lee lavorò come sideman in molti degli album di Mobley in quel periodo). Invitò inoltre il Maestro dei Tasti Bianchi-e-Neri, Herbie Hancock (fan della Blue Note e membro del classico quintetto Anni '60 di Miles Davis). E, ad arrotondare la sezione ritmica con Higgins, ecco arrivare il bassista Lee Ridley (poi importante docente di jazz).
Cornbread comprende quattro composizioni di Lee Morgan e un "classico", o "standard" che dir si voglia. E il primo brano è quello che dà il titolo all'album.
Il secondo, "Our Man Higgins", è un be-bop che punta i riflettori su Billy Higgins, che qui può "dare gas". Ci sono anche due ballate rallentate ("down tempo"), tra cui una delle canzoni più conosciute del trombettista, "Ceora". Il brano "classico" è quello di Arlen-Koehler, "Ill Wind", in cui Lee mostra una vena accattivante di blues, suonando in sordina (mute).
Poi il pezzo finale: "Most Like Lee", melodia spensierata in cui i membri della band arrivano a sbizzarrirsi. Lee guida l'assalto con il "clarion" (un altro tipo di tromba, o semplicemente un registro superiore della tromba standard) e Herbie, il quale, pure, ha già potuto brillare abbastanza, assume nel capitolo conclusivo del disco il suo ruolo più creativo e più centrale, incitando in maniera suadente - quasi come un sommelier in un raduno di alcolizzati - e scatenandosi lui stesso.
Con la morte di Ahmad Jamal (1930-2023), dopo quella di Wayne Shorter, il jazz perde uno degli ultimi protagonisti di un tempo che ha segnato la storia del Novecento.
Ecco il pianista in un bello scatto di Roberto Sanna: Jamal è qui sul palco di 'Time In Jazz' nel 2011.
Ahmad Jamal - 'The Awakening' (1970)
Nato come Frederick Russell Jones a Pittsburgh il 2 luglio 1930, si è spento a Sheffield (Massachusetts) il 16 aprile scorso. Cambiò il suo nome in Ahmad Jamal dopo la sua conversione all'Islam avvenuta nel 1950.
Per sei decenni, nel ruolo di leader di piccoli gruppi, ha ottenuto un grande successo. Oltre a essere un Jazz Master del National Endowment for the Arts (NEA), ha vinto un Grammy alla carriera per i suoi contributi alla storia della musica.
Ha iniziato a suonare il pianoforte all'età di tre anni. A sette anni fu allievo di Mary Cardwell Dawson, che lo influenzò fortemente. Le sue radici a Pittsburgh sono rimaste una parte importante della sua identità ("Pittsburgh significava tutto per me e lo è ancora", ha detto nel 2001). Lì era immerso nell'influenza di artisti jazz come Earl Hines, Billy Strayhorn, Mary Lou Williams e Erroll Garner. Jamal ha anche studiato con il pianista James Miller e a quattordici anni era già un pianista professionista, lodato tra gli altri da Art Tatum. A un critico del New York Times, Jamal ha raccontato: "Ero solito praticare, e praticavo con la porta aperta, sperando che qualcuno passasse e mi scoprisse. Non sono mai stato uno stakanovista, nel senso di coloro che suonano dodici ore al giorno, però ho sempre pensato alla musica. Penso sempre alla musica".
Ahmad Jamal - mix of songs
Suoi stili: jazz tradizionale, hard bop, modal jazz, cool jazz, post bop.
Oggi (che è domenica e dunque… Jazz time!) vi presentiamo un suonatore di tromba / cornettista noto... ma non troppo: Nat Adderley, fratello del sassofonista Julian "Cannonball" Adderley e per molto tempo rimasto entro il cono d'ombra di questi.
Nat Adderley
Chi conosce la sua "Work Song" sa che si tratta non solo di un musicista ma anche di un compositore in gamba. "Work Song" è un "classico" del jazz moderno, uno standard, arrivato persino a entrare nella hit parade dopo che il cantante Oscar Brown Jr. vi ricamò su un testo.
Nato e morto in Florida (al contrario del fratello, che perì a soli 46 anni lontano da casa, nell'Indiana), Nat suonò, ancora ragazzo e sempre insieme a Cannonball, con Ray Charles (anche lui un prodotto della Florida), in quel di Tallahassee. La sua aspirazione - mai sopita - era quella di insegnare, ma il fascino delle esibizioni live non lo abbandonava mai e così disse di sì a Lionel Hampton quando questi lo invitò a far parte della sua ensemble. Qualche tempo dopo, pare più per caso che altro, arrivò ad esibirsi insieme al fratello in un locale del Greenwich Village (Café Bohemia) e da quella sera per entrambi iniziarono a fioccare le offerte di lavoro.
I fratelli Adderley nel 1966
New York City (dove Nat avrebbe occupato un appartamento ad Harlem, sulla 112th Street) vide nel 1956 la nascita del Cannonball Adderley Quintet. Ma già nel 1957 il gruppo si sciolse, per palese mancanza di interesse da parte del pubblico. Nat passò allora a collaborare con il suonatore di trombone J.J. Johnson (pioniere del bebop) ed entrò quindi nel sestetto di Woody Herman (clarinettista, sassofonista e cantante bianco). Intanto Julian, alias Cannonball, diventava celebre suonando in un altro - oggi ritenuto ben più prestigioso - sestetto: quello di Miles David, dove, insieme a John Coltrane, partecipò alla creazione del leggendario Kind of Blue.
Al Cannonball Adderley Quintet venne data un'altra chance e il vento stavolta girò a favore della formazione cui entrambi i fratelli Adderley credevano fortemente. Presto arrivò il primo hit: "This Here", brano composto dal loro pianista, Bobby Timmons (sì, lo stesso Bobby Timmons degli Art Blakey's Jazz Messengers).
Questo entusiasmante concerto del Cannonball Adderley Quintet (San Francisco, 1959) inizia con una versione di "This Here"
Il Cannonball Adderley Quintet viene considerato tra gli iniziatori del soul jazz. Ma rimase devoto soprattutto all'hard bop. Essendo che tutti i componenti provenivano appunto dal bebop, intendevano continuare a misurarsi nei virtuosismi richiesti da quel genere.
Negli Anni '60 Nat passò alla cornetta, divenne compositore tout court e agì anche da manager per il quintetto. Fu lui a scrivere alcune tra le canzoni più famose della band, a iniziare da "Work Song" per continuare con "Jive Samba", "Hummin'", "Sermonette" e "The Old Country".
Intanto, registrava anche con altri: Kenny Clarke, Wes Montgomery, Walter Brooker... New York pullulava di occasioni!
Nel film A Man Called Adam (1966), interpretato da Sammy Davis Junior nel ruolo di un trombettista, Nat Adderley prestò all'attore la voce della propria tromba.
Tra gli altri suoi progetti occorre segnalare un musical che iniziò a scrivere insieme al fratello, Shout Up a Morning, basato sulle "gesta" dell'eroe popolare John Henry (un uomo che scavava buchi nella roccia affinché vi si infilasse dell'esplosivo, utile nella costruzione delle gallerie ferroviarie; una leggenda americana che sembra quasi essere uscita dal cosmo bolscevico...). Il lavoro al musical si interruppe per la morte di Cannonball (Julian Cannonball Adderley venne stroncato da un ictus).
Il tragico evento segnò ovviamente la fine del Cannonball Adderley Quintet. Nat partì di lì a poco per un tour europeo, durante il quale il nome più di spicco sul cartellone era il suo. Poi venne la volta del Giappone. Ritornò negli U.S.A., dove tenne dei corsi ad Harvard e registrò con il suo proprio quintetto, che includeva Walter Brooker (lo abbiamo incontrato poche righe piu su), Jimmy Cobb e Vincent Herring: nomi tutt'altro che sconosciuti ai cultori del jazz.
Lavorò inoltre con Ron Carter, Sonny Fortune, Johnny Griffin e Antonio Hart.
Creò quindi l'Adderley Brotherhood, sestetto composto da membri che avevano già suonato nel Cannonball Adderley Quintett. Sempre in omaggio al consanguineo. (Leggi anche: "Nat Adderley: Brotherly Swing", articolo in inglese.)
Ora Nat aveva definitivamente un nome per sé, era uscito dall'ombra gettata dal fratello maggiore. Nondimeno, voleva continuarne il percorso artistico. L'Adderley Brotherhood andò in tournée in Europa (1980). E il musical Shout Up a Morning venne rappresentato in varie località degli Stati Uniti.
Nat Adderley continuò ad apparire in diverse altre formazioni, tra cui la Paris Reunion Band, e fu peraltro colonna portante della Riverside Reunion Band, gruppo bop che si era formato nel 1993 al Monterey Jazz Festival e che girò per il Vecchio Continente nel 1994.
Nat aveva nel frattempo preso l'abitudine di andare in tournée per sei mesi all'anno e, per i restanti sei mesi, rimanere nella propria casa di Lakeland, in Florida (casa acquistata dopo che negli Anni Settanta aveva abitato nel New Jersey). Nel 1997 fu "artist-in-residence" al Florida Southern College, dove tra l'altro aiutò l'organizzazione del Child of the Sun Jazz Festival a trovare fondi. Il festival si svolgeva annualmente nella stessa università e vedeva Nat spesso protagonista.
Sempre nel 1997, il suo nome fu inserito nella Jazz Hall of Fame di Kansas City.
Morì a 68 anni per un diabete e venne sepolto accanto al fratello nel cimitero di Tallahassee.
Nat nel 1969
Lo si ricorderà in eterno come uno dei musicisti jazz più prolifici (è presente in oltre 100 album) e come un pioniere del soul jazz. Dimostrò inoltre che la cornetta può essere utilizzata anche nel jazz moderno.
"Wonderjazz!" a tutti. Oggi (domenica, giorno dedicato al jazz...) Topolàin vuole ricapitolare un po'. Riassumiamo qui le biografie di 10 giganti del jazz. Si tratta degli stessi nomi indicati su un articolo del londinese The Guardian, che noi, per comodità, usiamo come "carta carbone"--- ovviamente con un testo tutto nostro.
Charles Mingus1922-79
Contrabassista innovativo, di mole non indifferente, fu sul palco insieme a gente come Charlie Parker, Miles Davis, Dizzy Gillespie, Bud Powell e tanti altri protagonisti del be bop, ovvero di una delle grandi rivoluzioni musicali del secolo scorso. La produzione instancabile di questo "angry man" del jazz sarebbe servita da colonna sonora anche ad altre rivoluzioni, negli Anni 50 e 60... Nato a Nogales (una cittadina della contea di Santa Cruz, in Arizona), fu ossessionato dagli atteggiamenti di razzismo nei suoi confronti da parte sia di bianchi che di neri, per via delle sue origini meticce. Fu uno dei primi a fondere musica e politica nei propri brani. Le sue composizioni racchiudono le gioie e i tormenti di tutta una vita. La morte per malattia del giovane bassista Eric Dolphy, avvenuta nel 1964, è uno shock per Mingus, e, dopo un paio di insuccessi organizzativi, il musicista si ritira nel suo guscio di psicofarmaci fino alla fine del decennio. Negli Anni Settanta torna lentamente sulla breccia con un nuovo gruppo e nuove composizioni estese (Changes One / Changes Two, con George Adams, Don Pullen, Jack Walrath e Dannie Richmond). Una volta, in un'intervista, un giornalista gli domandò come mai, se era ossessionato dalla questione del razzismo, nella sua band avesse assunto un bianco, ovvero Charlie Mariano; e Mingus rispose: "Ma Mariano non è un bianco. È un italiano!" Nel 1977 gli venne diagnosticato il morbo di Lou Gehrig e, nonostante gli sforzi e i tentativi con una leggendaria guaritrice messicana, Charlie Mingus soccombette il 5 gennaio 1979, all'età di 56 anni, in quel di Cuernavaca (Mexico). Un progetto musicale congiunto con la cantautrice canadese Joni Mitchell, alla quale aveva affidato alcune musiche (compresa "Goodbye Pork Pie Hat") perché lei ne scrivesse le parole, venne portato a termine dalla stessa Mitchell, ed è significativamente intitolato Mingus.
John Coltrane1926-67
Partito dal villaggio di Hamlet nella Carolina del Nord ("hamlet" significa giusto questo: "villaggio"...), Coltrane sarebbe arrivato a incantare il mondo intero, affermandosi come uno dei massimi talenti di sempre della musica afroamericana. Si spense prematuramente (a 40 anni) in quel della Big Apple, non senza però aver fatto in tempo a vivere intensamente - nel bene e nel male - e ad arrecare nella musica jazz una spiritualità vicina al buddhismo. L'Enciclopedia Treccani riporta di lui:
"Strumentista di eccezionali doti tecnico-espressive, sviluppò sia al sax tenore sia al soprano uno stile improvvisativo di grande originalità, che contribuì in maniera decisiva all'evoluzione del moderno linguaggio jazzistico. Dall'iniziale adozione degli stilemi esecutivi proprî dell'hard bop approdò, nell'ultima parte della sua vita, alla formulazione di una personale poetica anticipatrice del free jazz."
Uno dei suoi capolavori è A Love Supreme, del 1965. Ma, per rendere davvero giustizia alla sua bravura, occorrerebbe citarne l'intera discografia.
Mary Lou Williams1910-81
La vita e le opere di Mary Lou abbracciano l'intera storia del jazz. Partì dallo swing e andò spostandosi, decennio per decennio, nelle varie nuove correnti, arrivando a fare musica modale negli Anni 70 e approdando infine all'avanguardia. Con una bella crisi religiosa nel mezzo! Fu sposata due volte, con altrettanti musicisti: John Williams - da cui divorziò - e Harold "Shorty" Baker - altro matrimonio finito presto, ma in tal caso non risulta esserci stato divorzio. Fantastica compositrice ed esecutrice, arrivò a creare una propria etichetta discorafica: la Mary Records, prima label fondata da una donna.
Herbie Hancock1940-
Il pianista (o, meglio, tastierista, dato che suona anche i sintetizzatori) di Chicago vanta una dozzina di Grammy Awards (oltre a tutti gli altri premi), uno sconfinato numero di registrazioni a proprio nome e ha suonato in almeno 13 dischi di Miles Davis... oltre ad aver collaborato con Quincy Jones, Jaco Pastorius, Wayne Shorter, Stevie Wonder et alia. Le disparate biografie lo indicano come "compositore, tastierista, bandleader e attore". Attore? Eh sì, perché ha interpretato il ruolo di Ministro della Difesa nel film Valerian e la città dei mille pianeti (Valérian et la Cité des mille planètes, 2017), di Luc Besson. Una curiosità, quest'ultima, che non deve farci dimenticare la vera importanza di Hancock: l'aver saputo fondere i generi funk, soul e pop. (Vedi l'album Head Hunters.) Ha realizzato diversi progetti di musica elettronica e altri più vicini alla disco music.
Nat King Cole 1919-65
Cantante-pianista con oltre 100 canzoni entrate nella hit parade. Fu presente in moltissimi show televisivi e il suo trio servì da modello a numerose piccole ensembles che ne ricalcarono le orme. La sua voce è semplicemente adorabile, come le melodie che proponeva (e che sono diventate evergreen). È il padre di Natalie Cole.
Miles Davis1926-91
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Il Miles Davis più celebre è quello di Kind of Blue (1959; il disco jazz più venduto di sempre) ma, per questioni anagrafiche, le generazioni attuali conoscono soprattutto il Miles Davis dell'era Bitches Brew (tardi Anni 60). È musica difficile da capire, quest'ultima, inaccessibile ai più. Sono suoni che si bilanciano tra lo snobbistico e il rivoluzionario. Lo jazz psichedelico e quello più cool proposto dall'"Electric Miles" (1968-75) e reiterato fino alla sua morte, rappresentò per molti giovani americani - e non solo per loro - uno shock culturale. Una cosa era leggere nella propria stanzetta gli scrittori e i poeti della Beat Generation, già digeribilissimi un paio di decenni dopo la loro prima uscita, un'altra era cercare di sentirsi bene ascoltando quei fraseggi in sottofondo, a volte astrali, più spesso astratti. Era come saltare a piè pari dalla sigarettuccia di marijuana all'eroina pura. Eppure, i dischi di Davis vendevano... anche se non quanto la musica rock; e tuttora vendono.
Keith Jarrett1945-
Ancora un nome legato a Davis. Ma la carriera di questo pianista della Pennsylvania (nato da una famiglia multietnica originaria dell'Ungheria) era iniziata - iniziata sul serio - con Art Blakey e i Jazz Messengers (gospel, blues), per continuare nel quartetto di Charles Lloyd. Sotto Miles Davis, Jarrett suonò il piano elettrico e l'organo elettrico, in alternanza con Chick Corea. Verso la fine del 1971 però lasciò il gruppo, a causa dell'antipatia che covava nei confronti della musica e degli strumenti elettronici e perché non era pienamente d'accordo con le scelte compositive di Davis. Keith Jarrett è considerato uno dei migliori improvvisatori al pianoforte. Il suo successo commerciale è dovuto anche alla sua abilità di saltare da un genere all'altro: ha infatti inciso molti dischi di musica classica ed è stato sul palco e in studio di registrazione con musicisti rock. Jarrett è protagonista di una curiosa controversia: in più di un'occasione, durante i concerti, ha preteso il più assoluto silenzio, anche con un certo nervosismo; ha dichiarato di mal sopportare il fumo e il rumore durante l'esecuzione dei brani e di sentirsi disturbato dai colpi di tosse e dai troppo vigorosi applausi. Durante la sua esibizione a Umbria Jazz 2013, è giunto a suonare al buio più completo, rivolgendo le spalle al pubblico. È nota inoltre la sua avversione verso il tradizionalismo di Wynton Marsalis (vedi più giù).
Kurt Elling1967-
Close Your Eyes (1995, etichetta Blue Note) fu il suo esordio come cantante jazz. Colpirono immediatamente la voce baritonale, con le quattro ottave di estensione, la sillabazione fluida e l'assoluto controllo della tecnica scat. Tra il 1997 e il 2003 pubblicò, sempre per la Blue Note, altri sei album, due dei quali dal vivo. Poi si è legato alla Concord Records. Suoi collaboratori fissi sono il pianista Laurence Hobgood e il contrabassista Rob Amster, mentre il batterista del trio d'accompagnamento viene cambiato di volta in volta.
Thelonious Monk 1917-82
È considerato uno dei pionieri del be bop insieme a Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Charlie Christian e Kenny Clarke. Durante la gioventù ebbe la fortuna di vedere New York trasformarsi in una metropoli jazzistica e il suo modo di suonare venne influenzato da Duke Ellington, Fats Waller, Earl Hines e dal pianista "stride" James P. Johnson, che abitava nel vicinato. (Lo "stride" è una tecnica di improvvisazione solista che risale al periodo ragtime.) Apparentemente si direbbe che Thelonious Monk sia un minimalista, uno che preme i tasti bianchi-e-neri come un fanciullo. Ma ascoltatelo meglio: coglierete un universo complesso, il vero cuore della cultura afroamericana.
Wynton Marsalis1961-
"Il Duke Ellington del 21. secolo"
Wynton Learson Marsalis, nato a New Orleans il 18 ottobre 1961, è uno dei più noti trombettisti contemporanei. E, sicuramente, un importante ambasciatore del jazz... nonostante tutte le polemiche. È il secondo di sei figli di Ellis Marsalis (un pianista jazz). L'attitudine alla musica si mostrò prestissimo in lui; iniziò a suonare la tromba a 12 anni e a 14 già si esibiva con la New Orleans Philharmonic. Dopo queste e altre esperienze di jazz tradizionale, nel 1980 (19enne) entrò a far parte degli Art Blakey's Jazz Messengers. Dal 1982 è attivo come docente. Viene considerato un portavoce del polo "conservatore" del jazz; Wynton infatti rigetta gli sviluppi stilistici succedutisi dalla fine degli Anni Sessanta in poi (free jazz, fusionecc.). Tali idee tuttavia non gli hanno impedito di partecipare all'album Epitaph di Charlie Mingus (etichettato "third stream": nodo di congiunzione tra la Nuova Musica - Neue Musik [John Cage, Stockhausen, Terry Riley e dintorni] - e il jazz moderno o modern jazz [be bop, jazz modale ecc.]) così come a Lush Life: The Music of Billy Strayhorn di Joe Henderson. In qualità di insegnante al Lincoln Center di New York ("Our mission is to preserve our national music: jazz!"), acquistò abbastanza prestigio negli Anni Novanta. Uno dei suoi più celebri sostenitori è il musicista e scrittore Stanley Crouch, il quale afferma che solo la musica che affonda le sue radici nello swing può chiamarsi "jazz". Una visione alquanto ristretta del genere, e difatti tale opinione viene condannata da numerose eminenze del jazz: Scott Yanow in primis, ma anche il trombettista Lester Bowie, il pianista Keith Jarrett e altri. Al New York Times Magazine Jarrett dichiarò nel 1997: "Non ho mai sentito qualcosa suonata da Wynton che significhi veramente qualcosa! Non ha né voce né presenza. Al massimo, riesce a suonare come un talentuoso insegnante delle superiori". Per Lester Bowie, Wynton Marsalis è addirittura uno "scervellato", un "malato di mente" "intrappolato in certe sue idee venutegli quando aveva 21 anni, dopo che lo hanno pagato per farsele venire". Wynton si è attirato persino degli insulti dopo aver affermato che Miles Davis "ha tradito il jazz con il rock" e che "veste come un buffone". Tra lui e Davis nacque un tragicomico battibecco che durò anni... Pierre Sprey, presidente dell'etichetta Mapleshade Records, chiosò nel 2001: "A 21 anni Marsalis era un bravo suonatore di tromba, ma nel gruppo di Art Blakey i colleghi lo surclassavano sera dopo sera. Lui non poteva competere, ecco perché si ritirò verso acque sicure! È un buon trombettista classico, perciò pretende che il jazz sia musica classica. Non ha nessuna idea dell'evoluzione senza fine..." Wynton Marsalis ha collaborato a un programma televisivo sul jazz realizzato dal famoso documentarista Ken Burns, programma anch'esso criticato perché snobbava l'avant-garde. (Il film, intitolato semplicemente Jazz - 2001 -, si concentra principalmente sulle figure di Duke Ellington e Louis Armstrong...) Wynton Marsalis, che ha vinto ben nove premi Grammy e un Pulitzer per la musica, collabora con la CBS fin dal 2012. Suo fratello maggiore è il sassofonista Branford Marsalis, specializzato in cross over (Branford ha suonato, tra gli altri, con Sting).
Tra i più grandi batteristi in assoluto. Nel video soprastante, col suo quintetto* comprendente la cantante Abby Lincoln. Il brano è il "Triptyc" ("Prayer / Protest / Peace") (1964).
*)
Abbey Lincoln (la moglie di Max) - Vocals Clifford Jordan - Tenor Saxophone Coleridge Perkinson - Piano Eddie Khan - Bass Max Roach - Drums
Pioniere del bebop e idolo di molti batteristi, Max Roach nacque nel 1924 a New Land, North Carolina. Crebbe a Brooklyn, dove imparò anche a suonare il piano (ma già a 10 anni passò alla batteria), e frequentò la Manhattan School of Music. Lavorò con Coleman Hawkins, Dizzie Gillespie, Stan Getz, Charlie Parker, Clifford Brown. Fu anche un compositore e docente di Musica all'Università del Massachusetts.
Percussionista virtuoso (suonavaa velocità trepitosa), i suoi 'soli' e accompagnamenti arricchiscono numerosi dischi che vengono considerati pietre miliari del jazz, e del bebop in particolare.
Nel 1952 aiutò Charlie Mingus a fondare la Debut Records.
La prima tappa "storica" della sua vita risale al 1942, quando, in quel di Harlem, suonò con Charlie Parker, contribuendo dunque alla nascita del bebop (secondo soltanto a un altro celebre batterista: Kenny Clarke, che era però di dieci anni più anziano di lui). Max Roach e Charlie Parker scesero poi verso Manhattan Midtown, esibendosi nei club della 52sima strada. Lì Roach poté collaborare con un altro grande innovatore del jazz: il trombettista Dizzie Gillepsie. E, nelle registrazioni delle sessions Birth of the Cool (1949-50) di Miles Davis, è ancora la sua batteria a scandire il ritmo.
Fondò la sua prima band nel 1954, insieme al giovane virtuoso della tromba Clifford Brown. Il quintetto si specializzò in hard bop, una forma ancora più "muscolare" di bebop. Ma appena due anni dopo, un terribile incidente automobilistico mise fine ai loro successi, gettando Max Roach in un terribile sconforto. Nell'incidente morirono Brown, il pianista Richie Powell e la moglie di questi.
Roach si diede all'alcool. A farlo uscire dal tunnel furono gli altri due membri superstiti del gruppo, il sassofonista Sonny Rollins e il bassista George Morrow, che lo convinsero a riprendere pian piano a suonare. Il nuovo Max Roach's Quartet era formato da loro tre e da un sideman che cambiava di volta in volta.
Nel 1960, insieme al contrabassista Charlie Mingus (che otto anni prima aveva fondato la Debut, una delle prime etichette discografiche completamente controllate da musicisti), Max Roach organizzò a Newport (Rhode Island) un cosiddetto "festival ribelle", in concorrenza con il Newport Jazz Festival che era accusato di trattare in modo indegno gli artisti. Nello stesso anno, lavorando insieme al paroliere e cantante Oscar Brown Jr., Roach registrò l'album We Insist! Freedom Now Suite, dedicato alla lotta per i diritti dei negri negli Stati Uniti d'America e in Africa. L'altra voce prominente cantante era quella di Abbey Lincoln, già frequente collaboratrice di Roach. (Dal 1962 al 1970, Abbey e Max furono anche marito e moglie.) We Insist! ebbe una certa risonanza di pubblico, ma non piacque alla critica. Sordo a tutte le voci negative, Max Roach ci tenne ad affermare (in un'intervista a Down Beat): "Non suonerò più nulla che non sia inerente con le più importanti questioni sociali. Noi jazzisti afro-americani abbiamo dimostrato di essere senza ombra di dubbio i musicisti migliori. Ora dobbiamo usare questo nostro talento per raccontare il dramma della nostra gente e tutte le sofferenze che abbiamo patito".
Era evidente che voleva rompere con gli schemi: tra gli anni Settanta e Novanta arrivò a guidare un "doppio quartetto" (chiamato appunto Double Quartet), consistente nel suo gruppo - tromba, sax, basso e drums - insolitamente accompagnato da una sezione di archi (l'Uptown String Quartet, fondato da sua figlia Maxine, suonatrice di viola) e formò anche un'ensemble costituita da soli percussionisti (il M’Boom); duettò con il pianista Cecil Taylor e con un sassofonista altrettanto avanguardistico come Anthony Braxton. Si esibì senza accompagnamento (sul palco, soltanto lui e la sua batteria), scrisse musica per lavori teatrali di Sam Shepard e per balletti di Alvin Ailey e collaborò con video artists, cori gospel e giovani hip hoppers. In un'intervista del 1990 rilasciata al New Yorker Times spiegò il suo punto di vista con queste parole: "Non si può scrivere lo stesso libro due volte".
Fino al 2000 andò in tour con il suo quartetto, e anche in seguito proseguì a comporre instancabilmente. Ancora nel 2002 scrisse ed eseguì la colonna sonora di How to Draw a Bunny, un documentario sul pioniere della pop art Ray Johnson.
Max Roach morì nel 2007 lasciando cinque figli (Maxine, Ayo, Dara, Raoul e Darryl), quasi tutti musicalmente attivi.
Max Roach: Drums Unlimited (full album)
1. The Drum Also Waltzes (Max Roach)
2. Nommo (Jymie Merritt)
3. Drums Unlimited (Max Roach)
4. St. Louis Blues (W.C. Handy) [with Roland Alexander on soprano]
5. For Big Sid (Max Roach)
6."In The Red (A Xmas Carol)" (Max Roach)
Max Roach - Drums James Spaulding - Alto Sax Freddie Hubbard - Trumpet Ronnie Matthews - Piano Jymie Merrett - Bass
Cobb fu tra i più grandi batteristi della storia del jazz.
Nel corso di una carriera lunga oltre 70 anni, ha collaborato con mostri sacri come Dizzy Gillespie, John Coltrane, Stan Getz e soprattutto Miles Davis, con cui ha suonato per cinque anni nel periodo di Kind of Blue.
Nato a Washington il 20 gennaio 1929, Cobb è celebre per aver collaborato al disco più famoso e più venduto della storia del jazz (Kind of Blue appunto, 1959). Con Cobb alla batteria e Davis alla tromba, c'erano Julian Adderley al sassofono contralto, John Coltrane al sassofono tenore, Bill Evans e Wynton Kelly al pianoforte e Paul Chambers al contrabbasso. Dopo il quinquennio nel gruppo di Miles Davis (è presente alle registrazioni di Sketches of Spain, Someday My Prince Will Come, Live at Carnegie Hall, Live at the Blackhawk, Porgy and Bess e Sorcerer), Cobb lavorò con artisti votati agli incroci con l'hard bop e il funk: Gillespie, Stan Getz, Sarah Vaughan.
Per oltre trent'anni è stato attivo a New York con il suo Jimmy Cobb's Mob. Ha tenuto concerti in tutto il mondo ed è stato spesso ospite in Italia, insegnando anche ai seminari di vari festival. Ha collaborato inoltre con Dinah Washington, Billie Holiday, Clark Terry, Wynton Kelly, Wes Montgomery, Gil Evans, Kenny Burrell, J. J. Johnson, Sonny Stitt, George Coleman e molti altri.
[Video: Live At Blues Alley (Washington DC), 1981]
Quando, nell'agosto 2007, Max Roach si spense, lasciò un vuoto pauroso nel mondo del jazz moderno, di cui era stato uno dei pionieri.
Nato il 10 gennaio 1924 nella cittadina di New Land (North Carolina),
già da ragazzino si fece conoscere come un virtuoso della batteria, che sapeva suonare a velocità impressionante. La sua
importanza nell'evoluzione del jazz è universalmente riconosciuta: negli Anni Quaranta varò un canone completamente nuovo per suonare la
batteria e in tutti i decenni successivi non fece che dedicarsi alle
sperimentazioni.
La prima tappa "storica" della sua vita risale al 1942, quando, in quel di Harlem, suonò con Charlie Parker,
contribuendo dunque alla nascita del bebop (secondo soltanto a un altro
celebre batterista: Kenny Clarke, che era però di dieci anni più
anziano di lui). Max Roach e Charlie Parker scesero poi verso Manhattan
Midtown, esibendosi nei club della 52sima strada. Lì Roach poté
collaborare con un altro grande innovatore del jazz: il trombettista
Dizzie Gillepsie. E, nelle registrazioni delle sessions Birth of the Cool (1949-50) di Miles Davis, è ancora la sua batteria a scandire il ritmo.
Fondò la sua prima band nel 1954, insieme al giovane virtuoso della tromba Clifford Brown.
Il quintetto si specializzò in hard bop, una forma ancora più
"muscolare" di bebop. Ma appena due anni dopo, un terribile incidente
automobilistico mise fine ai loro successi, gettando Max Roach in un
terribile sconforto. Nell'incidente morirono Brown, il pianista Richie Powell e la moglie di questi.
Roach si diede all'alcool. A farlo uscire dal tunnel furono gli altri due membri superstiti del gruppo, il sassofonista Sonny Rollins e il bassista George Morrow,
che lo convinsero a riprendere, sia pur lentamente, a suonare. Il nuovo Max
Roach's Quartet era formato da loro tre e da un sideman che cambiava di
volta in volta.
Nel 1960, insieme al contrabassista Charlie Mingus
(che otto anni prima aveva fondato la Debut, una delle prime etichette
discografiche completamente controllate da musicisti), Max Roach
organizzò a Newport (Rhode Island) un cosiddetto "festival ribelle", in
concorrenza con il Newport Jazz Festival che era accusato di trattare
in modo indegno gli artisti. Nello stesso anno, lavorando insieme al
paroliere e cantante Oscar Brown Jr., Roach registrò l'album We Insist! Freedom Now Suite,
dedicato alla lotta per i diritti dei negri negli Stati Uniti d'America
e in Africa. L'altra cantante nel disco era Abbey
Lincoln, già frequente collaboratrice di Roach. (Dal 1962 al 1970 Abbey e
Max furono anche marito e moglie.)
We Insist!
ebbe una certa risonanza di pubblico, ma non piacque alla critica.
Sordo a tutte le voci negative, Max Roach ci tenne ad affermare (in
un'intervista a Down Beat): "Non suonerò più nulla che non sia
inerente con le più importanti questioni sociali. Noi jazzisti
afro-americani abbiamo dimostrato di essere senza ombra di dubbio i
musicisti migliori. Ora dobbiamo usare questo nostro talento per
raccontare il dramma della nostra gente e tutte le sofferenze che
abbiamo patito".
Era
evidente che voleva rompere con i vecchi schemi: tra gli anni Settanta
e Novanta arrivò a guidare un "doppio quartetto" (chiamato appunto
Double Quartet), consistente nel suo gruppo - tromba, sax, basso e drums
- insolitamente accompagnato da una sezione di archi: l'Uptown String
Quartet, fondato da sua figlia Maxine,
suonatrice di viola. Formò inoltre un'ensemble costituita da soli
percussionisti (il M’Boom); duettò con il pianista Cecil Taylor e con un
sassofonista altrettanto avanguardistico come Anthony Braxton. Si esibì
senza accompagnamento (sul palco, soltanto lui e la sua batteria),
scrisse musica per lavori teatrali di Sam Shepard
e per balletti di Alvin Ailey e collaborò con video artists, cori
gospel e giovani hip hoppers. In un'intervista del 1990 rilasciata al New Yorker Times spiegò il suo punto di vista con queste parole: "Non si può scrivere lo stesso libro due volte".
Fino al 2000 andò in tour con il suo quartetto e anche in seguito
proseguì a comporre instancabilmente. Ancora nel 2002 compose ed eseguì
la colonna sonora di How to Draw a Bunny, un documentario sul pioniere della pop art Ray Johnson.
Quasi tutti e cinque i figli di Roach (Maxine, Ayo, Dara, Raoul e Darryl) sono musicalmente attivi...
Video sottostante: "Driva' Man" dall'albumWe Insist!