13 feb 2020

Led Zeppelin



All'inizio ci furono i Beatles con "Helter Skelter", "Revolution", "I Want You (She's So Heavy)"; gli Who con "I Can See for Miles", "My Generation"; ci fu "You Really Got Me" dei Kinks. E ovviamente Jimi Hendrix, con le sue esibizioni al Festival di Monterey nel 1967 e a Woodstock nel '69.
Per certi puristi, però, la frangia più hard (e oggi diremmo "metallara") del rock si concretizzò a fine Anni Sessanta. Nel 1968 esce il primo album dei Deep Purple, seguito nel 1969 dalla seconda uscita purpleiana e dal debutto dei Led Zeppelin, mentre nel 1970 si registra l'esordio dei Black Sabbath. 
Questi tre gruppi possono ritenersi le pietre miliari della parte più "cattiva", più dura - non solo nei suoni: spesso anche nei testi - della musica a base di chitarre elettriche, basso, batteria, sintetizzatori.






Led Zeppelin o... New Yardbirds? Così infatti avrebbe dovuto chiamarsi il gruppo. Già gli Yardbirds (così come i Cream) avevano gettato il seme per l'hard rock ma, per molti appassionati, i veri pionieri del genere sono i Deep Purple. I critici più attenti tendono a considerare i Led Zep, piuttosto, portabandiere di un misto di Delta blues, rock psichedelico e folk inglese. Innegabile è che gli Yardbirds dell'ultimo periodo (1967-68), proprio quelli con Jimmy Page, sdoganarono un rock alquanto duro. Poi si separarono per interessi diversi (e per  le solite battaglie dell'ego). La situazione era la seguente: Page e Peter Grant (manager, poi quinto componente dell'ensemble del quale si racconta in queste righe) si erano impegnati con la casa discografica a onorare gli accordi presi in precedenza, e allora Page va a scovare - non senza alcune difficoltà iniziali - tre fenomeni, e dà la stura ai leggendari "Lead Zeppelin" (così si chiamavano in origine: "dirigibile di piombo"). 

Mai e poi mai lui e Grant avrebbero pensato a un successo del genere! Correva l'anno 1969 e i Led Zeppelin, al primo colpo, piazzarono un album formidabile. 
"Stairway to Heaven", che avrebbe consacrato la loro fama per l'eternità, sarebbe arrivato solo dopo: su Led Zeppelin IV. Intanto però risultava già vincente la loro miscela di rivisitazioni di vecchi brani blues e di esecuzioni strumentali da avanguardia underground, facendoli svettare su una miriade di gruppi nascenti.

I musicisti reclutati da Jimmy Page (che, lo ricordiamo, negli Yardbirds militava con personaggi del calibro di Eric Clapton e Jeff Beck), furono il bassista John Paul Jones, il batterista John Bonham e il cantante Robert Plant. E Page rimase sempre il "mastermind" della band. Anche se, senza Plant, il dirigibile non si sarebbe mai innalzato verso i cieli delle stelle eterne.

 

La risonanza riscontrata da Led Zeppelin fu grande, dunque, e non si perse tempo a realizzare il prodotto successivo. Diverso materiale lo avevano già; in più si poteva sempre pescare qualcosa dal repertorio blues, che offre svariati spunti... gratis. L'impressione comunque era che qualcosa stava già cambiando rispetto al primo disco. Il suono si faceva meno selvaggio, più studiato. E Led Zeppelin II avrebbe contenuto uno degli inni-simboli della generazione hippie, un brano che meritava il primo posto nella tracklist: "Whole Lotta Love". 
L'album si catapultò in cima alle classifiche, schiodando dal trono i Beatles. Il cosmo musicale ebbe come uno slittamento, una scossa davvero forte: il "Dirigibile Marrone" (così venne designato l'LP in America) invase il mercato e i poster dei Led Zeppelin (quattro ragazzi britannici indubbiamente bellocci) ornarono le camerette dei teen-ager di tutto il mondo. "Whole Lotta Love" trascinò in un vortice orgasmico turbe di ascoltatori... mentre sullo stage si svolgeva una sorta di amplesso, basato sulle capriole vocali di Plant e la melodia spesso sfrenata della chitarra di Page.







 Robert Plant

 



Anche in futuro i Led Zeppelin attingono a piene mani dal repertorio blues e rock-blues degli Anni 50 e 60, oltre che dal folk e dalla musica orientale. Ma si preoccupano sempre di fornire un sound controcorrente, rivoluzionario, lasciando segni indelebili nella storia della musica. A brani scatenati, si alternano ballate struggenti ("Babe I'm Gonna Leave You" e diverse altre), che, pure, sono sapientemente intarsiate con i fuochi d'artificio degli strumenti. La voce di Robert Plant (non ci stancheremo mai di dirlo) è fondamentale per la riuscita del progetto. Plant possiede un timbro vocale estremo, sa essere eclettico... e si rese subito famoso per le pose sfrontate che assumeva sul palco. Divenne una vera e propria icona e funse da modello per moltissimi cantanti che arrivarono dopo di lui. 
In un sondaggio condotto nel 2011 tra i lettori internazionali di Rolling Stone, Robert Plant fu eletto "il più grande cantante solista di tutti i tempi".












 Page

Quando si parla di maestri della chitarra elettrica, si pensa a Eric Clapton, Jimi Hendrix e - ovvio - a Jimmy Page. Fin da adolescente, Page (che, come Plant, era nato in un sobborgo di Londra) fu un richiestissimo turnista. I Led Zeppelin furono indiscutibilmente la sua creatura e divennero, per molti gruppi, l'esempio assoluto da seguire, anche grazie all'utilizzo che lui faceva di chitarre distorte ("Whola Lotta Love", "Dazed and Confused", "Immigrant Song"), della slide ("You Shook Me", "In My Time of Dying") e grazie al ponderato impiego di chitarre acustiche ("Ramble On", "Over the Hills and Far Away", "The Battle of Evermore").
Page fu affascinato dall'occultismo e in particolare da Alaister Crowley, tanto da arrivare a comprare la villa di Crowley sulle rive del Loch Ness. "ZoSo" (noi tendiamo a leggerlo così, ma in realtà è un simbolo astratto e misterioso disegnato dallo stesso Jimmy Page) fu la runa scelta dal chitarrista per l'album Led Zeppelin IV. A partire dai tour del 1971, il simbolo avrebbe fatto mostra di sé sulla copertura del finale dell'amplificazione della sua chitarra.
Riguardo a Boleskine House (la celebre casa sull'ancora più celebre lago), Jimmy l’aveva trasformata in una specie di tempio dell'esoterismo, dell'occulto. Cercherà di prendersi anche l’Abbazia di Thelema, altra abitazione di Crowley (in Sicilia, per l'esattezza a Cefalù, intanto ridotta a un rudere), ma senza riuscirvi.




 John Baldwin, meglio noto come John Paul Jones, è un polistrumentista e compositore nato a Sidcup, nel Kent. Militò nei Led Zeppelin nel doppio ruolo di bassista e tastierista, dopo che era stato, fin dalla giovinezza, un apprezzato session-man e arrangiatore.

Jones si imbatté in Jimmy Page durante la registrazione dell'album di debutto di Jeff Beck, Truth. In seguito Page prese proprio il posto di Beck come chitarra solista negli Yardbirds. Come abbiamo visto, con il loro scioglimento nel 1968, Jimmy Page volle riformare il gruppo con il nome di New Yardbirds. In realtà la prima formazione della band vedeva, oltre allo stesso Page, musicisti ben differenti: il cantante Terry Reid e il bassista Chris Dreja. I due però si defilarono, lasciando il posto, appunto, al giovane cantante Robert Plant e al batterista John Bonham. Jones si autopropose per il ruolo di bassista e, essendo note le sue qualità, fu accolto nella formazione.

La runa scelta da John Paul Jones per il disco Led Zeppelin IV 





John Henry Bonham, conosciuto anche come "Bozo", era venuto alla luce a Redditch nel Worcestershire. Per Rolling Stone, fu "il miglior batterista di tutti i tempi". Già a 5 anni sapeva di voler suonare i drums. Buddy Rich era il suo idolo.
C'era Robert Plant al microfono dei Crawling King Snakes, gruppo in cui Bozo era entrato a far parte quando si era dedicato alla musica a tempo pieno. Lui e Plant divennero amici e fu quasi inevitabile il loro ingresso in coppia nei neoformati Led Zeppelin, i quali registrarono in sole 30 ore il loro primo album, dal titolo omonimo. Per John Bonham alias Bozo fu l'inizio della scalata verso il successo mondiale.


 La runa scelta da Bonham per  Led Zeppelin IV 

Ottime testimonianze delle incredibili performances di John Bonham sono contenute nel film The Song Remains the Same e nel Led Zeppelin-DVD del 2003. Accadeva spesso che Bonham, nella furia dell'improvvisazione, gettasse via le bacchette e continuasse a suonare picchiando a mani nude sulle pelli e sui piatti per conferire uno stile più fisicamente percussivo al suo sound.


Un po' come Keith Moon degli Who, Bozo fu un personaggio fuori dalle righe. Costretto per via della carriera con il "Dirigibile" a vivere per lungo tempo lontano dalla famiglia, soffrì tanto, essendo fondamentalmente un ragazzo di campagna legato agli affetti e poco adatto ad affrontare le folle oceaniche. Si diede all'eroina. Poi riuscì a disintossicarsi, ma cercando di tenersi su con l'alcol. 
Tanto, troppo alcol.

 La sua morte avvenne il 25 settembre 1980. I Led Zeppelin stavano progettando un ritorno sulle scene dopo un breve periodo di pausa. Bozo si presentò nella villa di Page piuttosto alticcio e, durante le prove, continuò a ingollare vodka, tanto da non essere in grado di suonare. I compagni lo portarono in un’altra stanza per lasciarlo dormire. Il mattino dopo lo trovarono privo di vita, soffocato dal proprio vomito. Aveva 32 anni...
Fu una tragedia assurda. Immediatamente, la band, su invito esplicito di Jimmy Page, decise che la loro storia sarebbe finita lì. 
Il 4 dicembre 1980 gli Zeppelin annunciarono alla stampa di essersi sciolti. 
E, a parte qualche reunion, tennero fede alla propria parola.


"Moby Dick", contenente un cellebre assolo ai drums di Bozo 



 Il simbolo scelto dal cantante Robert Plant per l'album Led Zeppelin IV del 1971




Tra accuse di satanismo e imputazioni di plagio... ecco la discografia (parziale!) dei Led Zeppelin, presente su Amazon.
i I     II (vinile)

 III





 Coda










12 feb 2020

Per il 70. compleanno del mio amico Peter

È così! Domani, 13 febbraio, cade il 70. compleanno di Peter Gabriel.

In questo articolo di Maurizio Stefanini apparso su Linkiesta, l'interessante biografia di Gabriel... compreso il matrimonio fallito, la depressione, la rinascita... e tutte le iniziative umanitarie dell'ex Genesis.


 



















Prepariamoci fin da adesso a festeggiare il grande Peter!

Sul nostro blog Topolàin abbiamo trovato diversi articoli e post dove compare il nome Peter Gabriel, o anche quello della WOMAD, l'organizzazione da lui fondata per promuovere nel mondo la biodiversità in campo musicale. (WOMAD  - World of Music, Arts and Dance - è propriamente un festival internazionale d'arte.)


    Elenco degli articoli:












































10 feb 2020

Il Segno Del Comando

La lusinga della morte e i sotterranei pieni di ragnatele


Dove c'è Diego Banchero, lì si può stare tranquilli: la qualità è assicurata. Il Segno Del Comando sono un gruppo genovese il cui nome si rifà alla fortunata serie televisiva del 1971, tratta dall’omonimo romanzo di Giuseppe D’Agata. Ne parliamo perché sono attivi più che mai (il 5 febbraio hanno suonato insieme al Banco, al Politeama di Genova) e anche perché hanno un'identità ben precisa, una cifra stilistica riconoscibilissima. E i loro fan (lo sappiamo per certo) crescono di numero ogni giorno!

 Live nel febbraio 2020


Il gruppo esordì negli Anni Novanta per volontà anche dell'allora cantante Mercy. Ed è subito chiaro quali sono i poli entro cui si muovono: tra Van Der Graaf Generator e Goblin, tra rock psichedelico e fusion, con quella persistente tendenza dark, doom, che li caratterizzerà sempre. Il tutto ovviamente a base anche di organo di chiesa, non solo di moderne tastiere. Giusto per aumentare l'effetto thrilling.

In pratica la loro è tutta una colonna sonora... e che colonna sonora!



Del 1997 è il debutto Il Segno Del Comando. Un vero gioiello. Prova difficilmente eguagliabile. Eppure, riusciranno poi a fare di meglio...


Diego Banchero - basso elettrico
Mercy - voce
Andrea Romeo (tracks: B3) - sax
Carlo Opisso - batteria
Agostino Tavella - tastiere
Gabriele Grixoni - chitarra
Matteo Ricci - chitarra
Osvaldo Giordano (tracks: A2) - mellotron
Doriana Barbè - programming
Elena Menichini (tracks: B2), Patrizia Baldacci (tracks: A5) - vocals



Le tracce de Il Segno Del Comando

01. Tenebrose Presenze (1:15)
02. Il Segno Del Comando (10:05)
03. Salmo XVII Di Baldassarre Vitali O Della Doppia Morte (1:47)
04. Messaggero Di Pietra (9:04)
05. Ritratto Di Donna Velata (3:55)
06. Missa Nigra (7:30)
07. La Taverna Dell’Angelo (10:07)
08. Ghost Lovers In Villa Piuma (4:17)











Nel 2002 esce Der Golem (titolo che richiama a un altro mito "horror" per così dire, stavolta della mitologia ebraica: il Golem è il colosso d’argilla plasmato artificialmente dall’uomo tramite la magia; il romanzo di Gustav Meyrink è del 1915). La formazione de Il Segno Del Comando è mutata, con 4 dei 5 membri che provengono dai Malombra (in primis gli stessi Banchero e Mercy).



Cover, Artwork By – Danilo Capua

Vocals, Lyrics By – Mercy
Voice – Laconya (tracks: 4)
Bass – Diego Banchero
Drums – Francesco La Rosa
Guitar – Gabriele Grixoni, Livio Carusio, Regen Graves (tracks: 3, 6)
Piano, Strings, Keyboards – Franz Ekurn
Synthesizer [Moog] – Stefano Agnini (tracks: 8)
Accordion – Ennio Lagomarsino (tracks: 9)


01. Di Sogno In Sogno
02. Dal Diario Di Un Tagliatore Di Pietre (Canzone Dell'Amnesia)
03. Komplott Charousek (Canzone Dell'Etisia)
04. Funerale A Praga
05. Salon Loisitscheck
06. Golem
07. Giorni Di Neve
08. Myriam
09. Io Il Bagatto, Io L’Appeso
10 Il Segno Del Comando (Reprise)







Ugualmente criptico e vagamente cabalistico Il Volto Verde, del 2012. Anche questo ispirato a un romanzo esoterico di Gustav Meyrink. Ospiti eccezionali, in quest'album: Claudio Simonetti (Goblin, Daemonia), Gianni Leone (Il Balletto di Bronzo), Martin Grice (Delirium), Sophya Baccini (Presence), Vinz Aquarian (Ballo delle Castagne) e Freddy Delirio (Death SS).
Non c’è più Mercy alla voce, rimpiazzato principalmente da Maethelyah (Danse Society, Bloody Mask) e anche da David Kriegg e Sophya Baccini.
Il fantasma del Balletto di Bronzo aleggia in più occasioni – come in “Chidher il verde” e in “Il manoscritto” - ma il disco presenta anche diverse soluzioni sonore. È un bel rock comunque, di livello alto-altissimo (!).


Diego Banchero - basso, tastiere, theremin
Maethelyiah - voce
Giorgio Cesare Neri - chitarra
Fernando Cherchi - batteria
Maurizio Pustianaz - tastiere
Roberto Lucanato - chitarra
Davide Bruzzi - chitarra


01. Echi Dall'Ignoto
02. La Bottega Delle Meraviglie
03. Chidher Il Verde
04. Trenodia Delle Dolci Parole
05. Il Rituale
06. La Congrega Dello Zee Dyk
07. Il Manoscritto
08. L'Evocazione Di Eva
09. Retrospettiva Di Un Amore
10. Usibepu
11. L'Apocalisse
12. Epilogo











Per L'Incanto Dello Zero (2018) Banchero rimescola le carte: si affida al cantante Riccardo Morello, ai chitarristi Roberto Lucanato e Davide Bruzzi, a Beppi Menozzi alle tastiere e Fernando Cherchi alla batteria.
Il concept è basato su un romanzo di Cristian Raimondi, da considerare un vero e proprio nuovo membro del gruppo. (Così come Peter Sinfield, nella stagione d'oro del prog, fu paroliere e ispiratore dei King Crimson, degli E,L & P, della PFM...) Quelli di Raimondi sono deliri che gli vengono dettati da una voce interiore che lui definisce “la voce di Dio”. Cosa c'è di meglio di tale arcana, trascendentale ispirazione, per poter spingere in avanti e ravvivare la musica di una band come Il Segno Del Comando?


01. Intro  - Il Senza Ombra
02. Il Calice Dell'Oblio
03. La Grande Quercia 
04. Sulla Via Della Veglia
05. Al Cospetto Dell'Inatteso
06. Lo Scontro
07. Nel Labirinto Spirituale 
08. Le 4 A
09. Il Mio Nome E' Menzogna
10. Metamorfosi 
11. Outro - Aseità









Sempre nel 2018 esce un live in studio intitolato ...Al passato, al presente, al futuro... in un’edizione limitata e numerata di 100 copie. È una sorta di Best Of che abbraccia l’intera produzione del gruppo, con brani del primo, leggendario disco e anche di Der Golem e Il Volto Verde.


Tracce:

01. Komplott Charousek
02. Golem
03. Usibepu
04. Retrospettiva Di Un Amore
05. La Taverna Dell'Angelo
06. Il Segno Del Comando



Painting – Danilo Capua
Artwork By – Marina Larcher

Bass, Backing Vocals – Diego Banchero
Voice, Keyboards – Riccardo Morello
Drums – Fernando Cherchi
Guitar – Roberto Lucanato
Guitar, Keyboards, Backing Vocals – Davide Bruzzi






9 feb 2020

Riascolta i progrock-podcast di...

Ci sono diverse trasmissioni dedicate alla buona musica rock, rock progressivo in primis, che vengono poi replicate (e tenute in archivio per sempre o per qualche tempo) per la delizia di chi ha perso la live e vuole godersele a posteriori, magari spilluzzicandosele.

È il caso di Prog & Dintorni, diretta ogni venerdì sera, su RadioVertigo, da Gianmaria Zanier.

Il link per ascoltare il podcast è: radiovertigo1.com/progedintorni.html







Altra trasmissione-clou dedicata al prog è Prog Polis, di Max M., il cui podcast (comprese tutte le puntate passate) è presente qui: https://www.mixcloud.com/maxmurd/rock-polis-822-060220-prologo-di-paradisiaci-franti/

Il programma viene trasmesso live su Radio Godot (www.radiogodot.it)



Una webradio perennemente dedicata al progressive rock è Progrock.com, che trasmette - appunto - 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana. www.progrock.com






Forse ancora più impegnata e completa la vetusta Morow: www.morow.com

Qui ad esempio sul canale Youtube di Morow c'è un'intervista del 2017 a Mike Portnoy dei Sons Of Apollo (interessante da risentire in concomitanza con l'uscita del loro nuovo album MMXX).


***

Infine, una menzione particolare a "Mach 3 - il progressive rock che non ti aspetti" che va in onda ogni domenica dalle 20 alle 22 su Radio City Trieste (www.radiocitytrieste.it). Mach 3 si distingue dagli altri programmi perché manda in onda, in gran parte, perle completamente o quasi completamente sconosciute (ed anche "esotiche"!) del rock progressivo di tutti i decenni. Per approfondire, visita la pagina Facebook della trasmissione.






 Prog & Dintorni (su Facebook)








8 feb 2020

Colosseum - Reunion Concert (Cologne 1994)




Jon Hiseman, il batterista, era scettico o addirittura riluttante quando, negli Anni Novanta, gli proposero di riformare la band; fatto sta che l'interesse per i Colosseum era ancora vivo e, anzi, a distanza di vent'anni dagli album "classici", tale interesse risultava addirittura aumentato grazie agli eccellenti lavori dei vecchi componenti con nuove, svariate formazioni. Una volta, Hiseman si trovava in tournée in Germania quando lo convinsero a cedere alle insistenze degli appassionati. Così il gruppo rinacque, e lo fece con uno storico "Reunion Concert" al festival-tenda di Friburgo nel giugno 1994, seguito da un concerto all'E-Werk di Colonia.

 


La storia dei Colosseum (I & II)

I britannici Colosseum devono essere ascritti più al blues/jazz rock che al progressive, ma vengono riportati nelle enciclopedie di entrambi i generi musicali. Fu il gruppo che servì da pedana di lancio per il tastierista Dave Greenslade, il drummer Jon Hiseman cui abbiamo già accennato, il sassofonista Dick Heckstall-Smith, il chitarrista James Litherland e il bassista Tony Reeves: tutti nomi che poi avrebbero fatto un percorso straordinario sotto altre egide e con altri compagni di viaggio. 
I primi due album vengono tuttora reputati i migliori dei primi Colosseum: Those About To Die Salute You (1969) e Valentyne Suite (stesso anno).


Hiseman si era fatto le ossa nel power blues di John Mayall e la sua specialità era sposare il suono blues con una solida sezione ritmica di impronta rock. Praticamente i Colosseum fecero col blues ciò che i Soft Machine di Third avrebbero fatto (o stavano già per fare) col jazz. Mentre ancora Those About To Die Salute You sa troppo di blues, il secondo album, Valentyne Suite, offre un gruppo maturo e up-to-date, più aperto alle sperimentazioni e con sfumature psichedeliche.
Ai Colosseum I si devono anche Daughter of Time ('70), Grass Is Greener ('70: è l'album "americano"), Colosseum Live ('71), Collector's Colosseum ('71).
Per referenze e similitudini, vedi Greenslade, Mogul Thrash, Tempest. (I Tempest furono la parentesi "hard" della carriera di Jon Hiseman.)
Da notare ancora che nel 1969 si cominciava appena a parlare di rock progressivo... (Il primo disco prog in assoluto viene da molti considerato In the Court of the Crimson King, celebre debutto dei King Crimson.)






I Colosseum II (quelli senza Greensdale, per intenderci) sono responsabili di un fusion/progressive tipo Brand X, Arti+Mestieri e simili. A me ricordano occasionalmente i Tangerine Dream.
Gli album di questa (seconda) formazione, che tra le loro fila vedeva Don Airey alle tastiere, Gary Moore alle chitarre, John Hiseman alla batteria e John Mole al basso, sono: Strange New Flesh ('76), Electric Savage ('77), Wardance ('77), Variations ('78).
Tra i nomi che rotearono attorno ai Colosseum II c'è da aggiungere quello del cantante Mike Starrs. Sebbene la musica del gruppo fosse prevalentemente strumentale, Starrs partecipò a Strange New Flesh. I primi tre album dei Colosseum II sono considerati una trilogia. Il quarto album (Variations) consiste in arrangiamenti di un tema di Nicolò Paganini; alla sua realizzazione presero parte anche Rod Argent, Phil Collins e Herbie Flowers.

Suonarono con i Colosseum (I e/o II) Chris Farlowe (voce; dal 1970), Mark Clarke (basso e voce; dal 1970), Clem Clempson (chitarra e voce; dalla fine del 1969), Barbara Thompson (dal 2004; vedi poco sotto).



Come abbiamo visto, il gruppo tornò a riunirsi nel 1994 in occasione della registrazione di un doppio album + DVD dal vivo a Colonia, e lo fecero con gli stessi musicisti presenti in The Grass Is Greener del 1970 (il disco "americano"). Vennero ripubblicate anche versioni estese di Valentyne Suite e di Colosseum Live (disco del 1971 secondo me tra i migliori 10 mai realizzati in assoluto), nonché diverse "compilation".
La moglie di Hiseman, la sassofonista Barbara Thompson, si unì alla band dopo la morte di Dick Heckstall-Smith nel 2004.

I Colosseum III, per così dire: quelli con la Thompson

1 feb 2020

Accidenti, no! È prog!

Questo è un progetto che va sotto il nome di un solista, ma l'ascoltatore si augura che il gruppo che ha accompagnato Gianni Nicola rimanga sempre insieme. Oh No, It's Prog! (titolo intelligentemente autoironico) è un album piacevole e mai banale, dotato di accorgimenti tecnici che non possono non essere definiti "progressive". 


Inizia con un organo pompante, ansante (rimembranza di "Strawberry Fields Forever") e si va avanti in maniera beatlesiana fino al minuto 3 ca., allorché si passa a un rock più vicino agli stilemi odierni. 
Ecco che il beat trasluce delle sonorità del Terzo Millennio... 





In preponderanza si tratta di symphonic rock, spesso in 'midtempo' e con armonizzazioni non troppo intricate. Ma la strumentazione elettrica si riscalda a puntino quando arriva uno 'speeder', galvanizzando e inebriando, e il ritmo - che da binario si fa chissà cosa -, e insieme al ritmo l'altalena di emozioni, fungono da principio unificatore delle strutture tonali. Oh, no! È proprio prog!


"It's a sunny day"




Soprattutto nelle parti chitarristiche ci sono echi dei Pink Floyd, ma alla fin fine l'opera mantiene un'identità propria. Vincente l'idea del flauto sulla track centrale, ovvero la lunga suite "The Dream", e il suo impiego anche sul componimento successivo... uso obbligatorio, quest'ultimo, in quanto si tratta di fare "una passeggiata con Jethro" ("Taking A  Stroll With Jethro").



Ma accennavamo all'ensemble. Un fior fiore di musicisti, maestri e insegnanti dei loro rispettivi strumenti. Oltre a Gianni Nicola (alle chitarre) abbiamo Emanuele Bosco alla batteria, Luca Pisu al basso, Paolo Gambino alle tastiere e Ariel Verosto al flauto.
Particolare menzione per Alessandra Turri, la cantante. Instancabile! È espressiva quanto basta nelle sezioni ariose, emozionante dove la musica sfiora il lirismo... e la sua voce sa rendersi potente là dove il rock si fa pesante.






L'inizio, "Happy Song", è la descrizione di una ricerca che dà la stura al "viaggio" cui ci prepara Nicola, una ricerca che si indovina travagliata ma - come dice il titolo - non è né infelice né dolorosa. È un'interrogazione di Sé e del Senso. Un'investigazione che si svolge sotto l'egida dei Fab Four, e ci sono alcuni accenni che hanno a che fare con Ringo Starr, la figura apparentemente meno appariscente del quartetto di Liverpool (incontriamo, nel testo della canzone, il tricheco o "Walrus", un richiamo al celebre brano di Ringo; e il cavernicolo o "Caveman", che rimanda a una pellicola slapstick interpretata dal batterista).

Analizzare i testi minuziosamente può essere comunque controproducente quando a farla da padrona è la musica. Basti dire che il concept è incentrato sulla quotidianità di un uomo che lavora. E così "Early Morning Musings" ci presenta le tristi elucubrazioni di chi ogni giorno deve alzarsi presto per andare a guadagnarsi la vita in una prigione a ore. La complessa "The Dream" è invece una fantasmagoria a cavallo tra l'incubo e una salutare evacuazione della psiche ("Leave me alone you bunch of fools!")... 

E poi arriva "Take A Stroll With Jethro".

La grandezza di "The Dream", il composito brano centrale, non si discute, ma, per Topolàin, è quello seguente il pezzo migliore. Poi - è naturale! - l'album occorre ascoltarlo per intero. Tuttavia... "Take A Stroll With Jethro" possiede una magia davvero non comune. Niente dunque contro gli assoli di chitarra e le modulazioni tastieristiche che arricchiscono i vari brani ("The Dream" in primis), ma è il flauto lo strumento che decide l'impronta stilistica della storia narrata in Oh No, It's Prog!. Insieme al flauto si mettono in evidenza, nel particolare instrumental che è palesemente dedicato ai Jethro Tull, la chitarra e il keyboard (fraseggi magistrali di Gambino!). 

Ora, se le prime due tracce possono essere vendute come brani di taglio AOR, essendo sicuramente radio-friendly (e, se ci fosse qualche network di buona volontà, le si potrebbe senz'altro lanciare sulle frequenze destinate alla massa), "Take A Stroll With Jethro" è candidato a divenire il pezzo puramente strumentale da trasmettere in ogni trasmissione dedicata al progressive rock! O da scegliere come sigla di qualche programma culturale.


Facit: Oh No, It's Prog! è la prima grande sorpresa vera di questo 2020. Un'impresa dall'esito felice. Un album che dispensa gioia a chi ama il rock progressivo dei Genesis (e poi dei Marillon), ma anche il neoprog degli IQ e dei Riverside.





Una piccola osservazione a proposito della copertina, spartana quasi quanto quella di Duke, album dei Genesis. Vi si vede una caricatura de L’urlo, strafamosa opera pittorica di Edvard Munch. Ebbene, tale omino dalla bocca spalancata sta a sottolineare la reazione che molti giovani avevano negli Anni Ottanta - e oltre - quando qualcuno si presentava con un'audiocassetta a base di rock progressivo. "Accidenti, no! È prog!" 

Appunto...



>> Al fine di registrare al meglio i brani mi sono avvalso della collaborazione di alcuni musicisti professionisti che vivono nella provincia di Torino. Il bassista, Luca Pisu, alterna la sua attività di insegnante e turnista con quella di bassista e frontman della rock band i Fiori e di bassista nei Fratelli di Soledad. Paolo Gambino, il tastierista, vanta una collaborazione decennale con il noto cantautore Eugenio Finardi. Ha suonato nel musical Jesus Christ Superstar, è tastierista dei Funk It e dei 60/70 (cover band dei Deep Purple) e da qualche anno accompagna il Sunshine Gospel Choir. Alessandra Turri è una cantante ed insegnante molto preparata che ha militato nei Disco Inferno, negli House of Noises, Eva Jeans and the Cats, Rockstar the Rock Tribute. Alla sua carriera di cantante/insegnante ha affiancato da anni anche quella di turnista per produzioni di alto livello nel panorama del pop italiano. Alla batteria ho chiamato Emanuele Bosco che, pur non facendo della musica la sua attività di sostentamento primaria, è dotato di un groove solidissimo e di una conoscenza molto approfondita del Progressive Rock. In due brani compare un ospite. Si tratta di Ariel Verosto, flautista e turnista di origini argentine che vive a Torino. <<
             (Gianni Nicola)




L'album si può ordinare presso: gianninicola@alice.it